Attualità
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13/07/2011 10:53

La lunga storia tra Dipasquale e Calabrese

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E i soldati giapponesi che credevano di essere ancora in guerra

di Saro Distefano

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Ragusa – Leggendo La Sicilia di ieri in edicola, scopro che nella ormai decennale guerriglia – si intende solamente politica – tra il sindaco Dipasquale e Peppe Calabrese consigliere comunale del Partito Democratico, è stato inserito un nuovo elemento, quello storico.

Il merito di tanto va al primo cittadino, che per rispondere all’ennesimo attacco politico del rappresentante dell’opposizione, dichiara – o almeno così è riportato dal quotidiano – che Calabrese gli appare come quei soldati giapponesi fantasma che combattevano contro gli americani nonostante la guerra fosse finita (e persa, per quanto riguarda gli amici del Sol Levante).

La dichiarazione di Dipasquale mi stimola, appassionato come sono di Storia (anche se la mia specializzazione è la Storia moderna e non la contemporanea). Se infatti il primo cittadino cita benissimo quei militari (nella lingua del Sol Levante questi sono i cosiddetti zan-ryū Nippon hei, ovvero e letteralmente soldati giapponesi fantasma), è vero anche che non credo abbia perfettamente ragione nell’accostare i militari cogli occhi a mandorla al biondo Calabrese.

Infatti, i giapponesi (e si parla di molte centinaia di sudditi nipponici) che nel 1945 non smisero di combattere, lo fecero sostanzialmente per tre motivi. Il primo: erano quei militari rimasti fedeli al rigido codice etico che considerava profondamente disonorevole la resa al nemico e perciò semplicemente non obbedirono all’ordine di arrendersi. Il secondo: molti soldati giapponesi ritennero impensabile che la loro nazione si fosse arresa, arrivando a considerare come propaganda le varie comunicazioni che annunciavano la fine della guerra. Il terzo: moltissimi soldati giapponesi tagliati fuori dalle loro unità dopo le offensive degli americani, molto semplicemente non vennero mai a sapere della fine della guerra. Ecco, semplicemente non lo seppero.

Adesso l’accostamento con Peppe Calabrese è facile.

Egli non appartiene certamente al terzo gruppo, appare evidente. Il consigliere da quasi mille e duecento voti è perfettamente a conoscenza dell’esito della “guerra” politica col centrodestra ragusano (ma bisognerebbe dire con Nello Dipasquale), un esito a lui personalmente favorevole (e tutto sommato anche per il candidato sindaco Sergio Guastella) ma disastroso per la coalizione (per una volta definibile tale) del centrosinistra ed in particolare per il suo partito, il PD.

Appartiene forse Calabrese al primo gruppo, quello che potremmo definire degli irriducibili? Forse. Ed al secondo gruppo, quello che potremmo definire degli scettici? Forse.

In realtà, ma questa è una mia personalissima opinione, Peppe Calabrese non è affatto uno di quei soldati giapponesi fantasma, ma solo e semplicemente un soldato – pardon, un generale – del centrosinistra ragusano che deve, non può, deve necessariamente continuare a “combattere” l’attuale amministrazione di centrodestra. È un atteggiamento che gli viene imposto dal ruolo, quello cioè di leader dell’opposizione, certamente di quella consiliare. Dovrà analizzare e studiare tutti gli atti amministrativi, della Giunta e del Sindaco, dovrà quando necessario opporsi ad essi e, laddove possibile, anche approvarli se questi atti vanno nella direzione che lui ed il suo partito reputano giusti per la collettività. Insomma, Calabrese dovrà fare solo il suo dovere. Anche perché, e adesso si tratta soltanto di solleticanti fantasie, se, a dare credito alle mille voci che in tal senso si rincorrono in città smentite solo dal diretto interessato, l’attuale sindaco dovesse tra meno di due anni presentarsi quale candidato deputato all’Assemblea Regionale Siciliana, allora si tratta, da ora e fino allora, di una sola, lunga, estenuante campagna elettorale. Anche se l’idea di Nello Dipasquale, politico che si è dimostrato capace come pochi da molti lustri a questa parte, quella cioè di indebolire i suoi oppositori con le battute e le “cooptazioni”, potrebbe funzionare con molti (ha funzionato, per esempio, con Franco Poidomani e Tonino Solarino) ma non necessariamente con tutti. E Calabrese potrebbe essere – perché è un comunista anomalo e perché appare evidente una sua crescita personale e politica negli ultimi anni, dopo, cioè, l’affrancamento dall’antico mentore in veste di senatore – uno di quelli che la “guerra” la combatte sempre, anche dopo averla persa, cosciente com’è, che le guerre possono essere solo e soltanto singole battaglie in ambiti di più ampi conflitti.