Cultura
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30/05/2026 12:36

La Madonna delle Milizie a Scicli e il trabucco. Come nasce il cognome “Trovato” in Sicilia

L'origine del cognome "Trovato"

di Un Uomo Libero.

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Scicli – Pochi sanno che la festa della Madonna delle Milizie  è legata a doppio filo all’infanzia abbandonata della città di Scicli, non per niente a Scicli uno dei cognomi più diffusi e popolari è proprio il cognome “Trovato”.

In una città ricchissima di monasteri e di abitanti, con una classe borghese elitaria estremamente ristretta, era inevitabile che le relazioni amorose clandestine fiorissero e si perpetuassero, generando figli adulterini che spesso venivano abbandonati sui gradini del nuovo monastero benedettino di San Giovanni al Corso, dove era stata impiantata una “ruota”.

Oggi, con termini molto sofisticati, i nuovi ospedali chiamano “culla termica” una struttura nella quale una madre, che per mille motivi non può più accudire il proprio neonato, decide di “abbandonarlo” in uno sportello che, sull’impulso di un sensore, attiva medici e infermieri per  raccogliere il bimbo e prestargli le prime cure.

Una volta era molto più sbrigativo avvolgere il piccolo in una coperta e deporre il prezioso fagotto a terra, proprio davanti alla porta del convento o nella “ruota”, magari lasciandogli sul petto un biglietto col nome che gli era stato imposto e qualche gioiello personale che gli ricordasse, da grande, l’affetto della madre sfortunata che lo aveva concepito in circostanze poco chiare.

L’antico Corso San Michele fu per anni testimone dei vagiti di un piccolo popolo di reietti che, tuttavia, la società civile sciclitana riaccoglieva nel suo seno, sfamava e cresceva attraverso il grande aiuto secolare delle Opere di Carità di cui Scicli era piena e andava fiera.

Spesso il contributo elargito con testamenti e donazioni a questi organismi era il prezzo segreto di un rimorso, una pena seppellita nella coscienza che, col tempo, si trasformava in senso del peccato, soprattutto quando la morte era vicina.

Quelle porte maestose della chiesa di San Giovanni si aprivano miracolosamente sui vagiti di chi non aveva altra arma se non il pianto per farsi notare. Le benedettine si facevano carico di questi innocenti, prima di affidarli ai brefotrofi della città.

Tale fenomeno non era diffuso solo a Scicli ma in tutta l’Europa cristiana. Le “ruote” funzionavano come sportelli salva vita, anche nell’America Latina, dove poi l’emigrazione replicò modelli europei già conosciuti e sperimentati. A Napoli gli “esposti” erano tanti e questo identifica uno dei cognomi più popolari della città. In altri posti si chiamavano “proietti” o erano registrati come “Dio t’allevi”, e così via.

Le notizie di cui do conto non si trovano nei libri di storia dalle copertine cartonate e dai caratteri in oro delle loro preziose brochure.

Qualcuno, vecchio come Matusalemme o Noé, prima di morire, mi affabulava, bambino, con queste memorie, forse per non spegnere l’eco lontana di una realtà di cui conosceva bene i meccanismi e gli esiti.

Il nonno materno di mio padre fu uno di questi bambini, pietosamente registrato da qualche impiegato comunale del Nuovo Regno d’Italia col cognome abituale e ufficiale che in questi casi si dava: Trovato, perché trovato lo era stato davvero.

I piccoli, salvati da una sicura morte, erano, poi, “prestati” per adornare il cosiddetto “trabucco”: una macchina infernale a forma di una lunga “T”. Assicurati con piccole corde, tanti “trovati”, spesso agghindati con coroncine di fiori, figuravano come piccoli angeli nel canto di ringraziamento alla Madonna che, prima di salvarli dai turchi, li aveva salvati dai cristiani che li avevano generati nell’ombra. Lo ricorda anche B. Cataudella nel suo testo: Scicli/Storia e Tradizioni.

Alla fine della rappresentazione sacra, nel giorno della festa sul piano dell’Oliveto a Scicli, il trabucco, per mezzo di leve, si alzava e si abbassava, seguendo la monodia del canto di ringraziamento alla Vergine guerriera che, nel 1091, secondo una pia tradizione, combattendo a fianco di Ruggero d’Altavilla, aveva ricacciato in mare per sempre i turchi, liberando Scicli e la Sicilia.

 

Giovanissimo, vidi questa macchina ancora in azione negli anni Cinquanta del secolo scorso, alla quale erano sospesi non più bambini infelici in carne e ossa, ma bambolotti paffuti che ricordavano più i putti del Serpotta.

Poi, anche questa macchina andò in pensione e forse giace dimenticata e irriconoscibile in qualche deposito comunale.

La Madonna, invece, nella sua potente raffigurazione equestre, sopravvive alle leggende e alle tragedie di un passato che non è solo memoria, ma anche storia.

Una volta la festa si celebrava quindici giorni prima della Pasqua e, nell’occasione, a Scicli, si svolgeva una grande fiera. Oggi la festa si celebra l’ultima domenica di maggio e la fiera non è più così grande come un tempo.

Resta lei, nuova Giuditta, a ricordarci che la vita è un breve pellegrinaggio verso il Cielo. E quella spada brandita con coraggio verso l’esercito normanno, nel capovolgimento teologico della splendida raffigurazione pascucciana, voleva solo essere un monito severo – credo – per noi cristiani: un simbolo necessario per ricordarci di farci carico di una carità e di una disponibilità che un battezzato non può mai negare.

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