Vivere di pittura
di Elisa Mandarà


Scicli – “Ho provato a vivere della mia pittura”. Mayumi Watanabe sorride, raccontando la sua storia. Alla sua seconda esposizione presso la Galleria d’arte Koinè di Scicli, la prima nel 2007, entrambe curate da Bartolo Piccione, Mayumi parla l’italiano correttamente, tradendo la sua provenienza orientale, però, per la struttura immaginifica di tante frasi. Parole che mettono insieme favole e colori, che rimandano al movimento ondoso delle sue tele, partiture come musicali che partono dalla tavolozza dell’anima.
Perché il colore è palesemente strumentale a veicolare situazioni dell’anima, dunque impiegato dalla pittrice di Urawa in un’accezione squisitamente intimistica. Tipologicamente classificabile come astratto, il discorso di Mayumi Wanabe affronta il lirismo implicito ai suoi soggetti attraverso una sequenzialità di macchie, verticali, che piovono e qualche volta lacrimano, condotte entro una gamma di spostamenti larghi o brevi da una tinta, un blu, un giallo, in una bidimensionalità che ci lascia percepire la tela come spartito da leggere, da ascoltare. Impianto compositivo simmetrico, la pittrice organizza gli elementi del quadro in maniera organica, estetizzante, adagiandoli in un paesaggio tutto contemporaneo che ha smarrito la necessità della figura. Altrove, e sono prove più rare dell’artista, il quadro tenta la terza dimensione, cerca un varco nella profondità d’una via cittadina, che intravediamo quale traccia figurativa dietro gli schermi informali: ma è lì il fascino intatto di un notturno, trasfigurato perché la memoria metabolizza e trasforma e riedita la prosa in poesia.
E la memoria di Mayumi è lunga due continenti. Origina dal Giappone, dove l’artista consegue il diploma Kyoto-Saga Art College, in pittura ad olio. Poi Mayumi vola a Venezia, la sua seconda patria, e frequenta l’Accademia di Belle Arti, per passare nel 2004 all’Atelier di Nicola Sene. Anche la sua attività espositiva ha viaggiato tra l’Italia e il Giappone, stabilendo uno di quei ponti magici, che solo l’arte sa costruire, anche se, e questo lo sanno specialmente le forze giovani, non sempre fare arte paga, scendendo ai livelli materiali della parola. E infatti il sorriso di Mayumi è quello di una brava artista che lavora come commessa da guccione-con-piero-guccione/21846″ >Gucci. Non si lamenta, Mayumi, è contenta, dice che prima o poi toccherà solo i colori che le servono per tessere le sue fiabe sulla tela.
Nessuna ricerca esasperata del nuovo, pertanto, nella collezione nuova di Mayumi, che pare in auscultazione dei ritmi tutti interni del ricordo, di una sensibilità delicata, che canta in pianissimo, accentuando cromaticamente la mano quando l’emozione richiede un crescendo. Illuminate da una luce frontale, che genera ombre e ripiegamenti, le composizioni pittoriche di Mayumi scompaginano le regole fisse che scandiscono e opprimono il quotidiano, come la successione ordinata del tempo. Una durata altra propone infatti questa sua mostra alla Koinè, accordata alla misura sospesa della cittadina iblea, quasi fluida, a rendere l’elasticità di quel tempo singolare della memoria. Quella riproduzione d’un particolare tipo di memoria propria dell’infanzia, quella eidetica, similare ma non coincidente con quella fotografica o visiva, persegue Mayumi, che ritiene un’immagine spirituale, prima che mentale, originata certo dall’esposizione visiva a un oggetto, a una realtà esterna, ma rendendone sulla tela le infinite metamorfosi, attimo dopo attimo, suscitate dal fluire senza posa degli attimi.
La Sicilia
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