Cultura
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25/07/2009 17:29

La ragazza di Macao

Lisbona giaceva immemore, sdraiata

di Un Uomo Libero

La ragazza di Macao
La ragazza di Macao

 

Javier guardava con occhi fissi e chiari il Tago che nella sua anima si confondeva con il mare.

-Non puoi capire. – Mi disse. Lei era tutto per me. Ma io lo compresi troppo tardi.-

Lisbona notturno

Ero seduto accanto a lui in una notte di luglio. Davanti a noi il fiume. Una brezza leggera ci accarezzava il viso, ventilava le sue calde lacrime. Provai pietà per quel ragazzone, improvvisamente diventato adulto, che, in un momento di totale abbandono, mi confessava la sua vita a morsi. Rimanemmo in silenzio a lungo. Senza che nessuno dei due osasse romperlo con un pensiero o, fosse anche, con un’esortazione.

Lisbona giaceva immemore, sdraiata, alle nostre spalle, sulle sue mitiche sette colline. Una gigantesca luna d’argento illuminava le nostre angosce.

-A volte la famiglia non ti aiuta. -Continuò finalmente con riacquistato coraggio. La sua voce era incerta, alterata da singhiozzi prepotenti, incontenibili. -Quando ne parlai a casa, venne fuori un tale casino che mi colse alla sprovvista, mi disorientò. La mia era una famiglia della piccola borghesia barcellonese. Ancorata a vecchi schemi patriarcali. Smaniosa di scalare vette sempre più alte della società cittadina. Ero l’unico figlio maschio di una coppia estroversa e strana che, pensavo, mi avrebbe incoraggiato. Mia madre, figlia unica di un medico di Tunisi, era venuta in Spagna per studiare giurisprudenza a Barcellona. Mio padre era il terzo di cinque figli di un noto costruttore della città. Si era laureato ingegnere e aveva ricevuto in eredità le imprese del padre. Mi laureai giovanissimo in ingegneria anch’io. Non in ingegneria edile, però, come voleva lui per perpetuare una dinastia che avrebbe assicurato alle sue attività stabilità e durata nel tempo, bensì in ingegneria elettronica. Una specializzazione nuova che non capì e non volle capire mai. Dopo la laurea mandai in giro per il mondo decine di curricula fino a quando un’impresa mi convocò per un colloquio. Lo superai brillantemente e, giovanissimo, mi ritrovai con un contratto a tempo indeterminato molto favorevole e le premesse di una carriera fulminante. Fui fortunato, in effetti. L’impresa che mi aveva assunto era una delle multinazionali più importanti sul mercato internazionale europeo e asiatico. Fui destinato alla grande succursale di Madrid dove ancora lavoro. Dapprima, in famiglia, furono solo battute fatte a mezza voce, qualche sorriso ammiccante, elogi sperticati non richiesti. Pian piano prese consistenza la cosa e, finalmente, capii. Ero cresciuto nell’ubbidienza totale ai miei genitori. Questa fu la causa della loro disaffezione, della loro delusione quando mi rifiutai di assecondare i progetti che avevano fatto arbitrariamente sulla mia vita. In effetti, avevano costruito il mio avvenire a mia insaputa, inseguendo loro egoismi personali, aspettative, sogni.-

Accese una sigaretta e lanciò dense nuvole di fumo nervosamente verso il cielo.

-La conobbi a New York in uno stage al quale mi aveva iscritto la mia azienda. Era un ingegnere come me. Lavorava per una grande impresa di Hong Kong presente da alcuni anni anche sulla piazza di Lisbona e in diversi mercati europei. Il suo viso non squisitamente orientale, molto dolce e privo di qualsiasi traccia di trucco, attirò la mia attenzione. Due occhi vivi, intelligentissimi; dei capelli nerissimi e lisci frettolosamente appuntati sulla nuca; un carattere energico e deciso che bisticciava con il suo sorriso rassicurante e ingenuo. Sedevamo spessissimo vicini durante le lezioni del corso. Senza nessuna predeterminazione. Senza averlo cercato. Le prime volte per caso. Conosceva molte lingue alla perfezione tra cui la mia. Non mi fu dunque difficile comunicare. Nacque una simpatica amicizia. Mi confidò di avere chiesto alla sua direzione proprio in quei giorni il trasferimento alla sede di Lisbona e di averlo ottenuto. M’incuriosì Lisbona. Mi spiegò che Lisbona era la città natale della madre e nella quale quest’ultima viveva già da molto tempo. Il nonno, portoghese, si era trasferito in età giovane a Macao per insegnare all’università. La madre, giovane e bella, si era innamorata di un assistente del padre e lo aveva sposato. Dopo qualche anno era nata lei. Un matrimonio fallito molto presto per inevitabili conflitti culturali. Quando il nonno morì, la madre pensò bene di ritornare a Lisbona. Ben volentieri si privò di lei. Una nuova vita, un nuovo compagno, un incarico importante presso l’ambasciata cinese grazie alle sue frequentazioni politiche e culturali. Lei crebbe, dunque, come una piccola orfana, accudita amorevolmente dal padre. Fu anche per questa storia, così strana e insolita per me, per il contesto familiare nel quale ero nato e cresciuto, che io m’innamorai di lei. A fine corso ci scambiammo gli indirizzi, i recapiti telefonici, le mail.

Lei ritornò a Macao nella casa del padre, io a Madrid, dove già lavoravo e vivevo. Un giorno il mio cellulare squillò. Era lei che mi chiamava. Non più da Macao o dal suo ufficio di Hong Kong come spesso usava fare, ma dalla casa della madre, da Lisbona.  Sentii il sangue ribollire. Le scrissi una mail frettolosa e confusa per chiedere l’indirizzo. Il fine settimana volai qui, in questa città. Furono giorni di pazza gioia, di amore intenso, di sensazioni per me nuove e sconosciute. Anche per lei. I nostri corpi vivevano in una simbiosi perfetta, organica e sentimentale. Mai avrebbero voluto separarsi. Raccontai, al ritorno del primo viaggio, ai miei genitori questa relazione nascente e fu inevitabilmente il disastro.

Da qualche tempo loro speravano che io mi fidanzassi con una ragazza, figlia unica di un lontano e ricco cugino, pazzamente innamorata di me. Non era molto bella e, anche se lo fosse stata, mi era completamente indifferente. Mi sforzai di mettere le cose in chiaro. Al mio secco rifiuto, mia madre ebbe una crisi isterica e mio padre per una settimana non mi rivolse la parola. L’idea che un’orientale, una sconosciuta, in effetti, sarebbe potuta diventare mia moglie li angosciò profondamente. E più rumore produsse la notizia nella cerchia allargata delle amicizie, dove tutti da un pezzo davano per scontato il fidanzamento con la figlia del cugino. Puntai i piedi energicamente. Dopo i primi sbandamenti, in famiglia cominciarono i dispetti, piccole ritorsioni e ricatti che volevano minare lentamente la mia intransigente sicurezza. Mi confidai con lei in uno dei miei ormai abituali viaggi a Lisbona. Non capiva e non accettava questa mentalità tanto provinciale e chiusa. La rassicurai che mai avrei ceduto. Facevo continui esercizi di pazienza sopportando in silenzio qualsiasi cosa, fingendo di non vedere, non sentire e non capire. In realtà usavo la stessa tecnica dei miei genitori per raggiungere però il risultato opposto. Mio padre incominciò a dare segni di stanchezza. Ne approfittai per strappargli una mezza benedizione. Mia madre era inconsolabile. Un giorno proposi alla mia ragazza di fare una puntata a Barcellona. Volevo che la conoscessero, sperando così di dissipare i loro pregiudizi, ogni loro timore. Prenotammo una stanza in un buon albergo della città ed io puntai tutto sull’effetto sorpresa per introdurla così in casa. Mia madre quando la incontrò e si rese conto dell’inganno non esitò a insultarla e a minacciarla, provocando una vera e propria scenata. Io non riuscii a dire una parola per difenderla e proteggerla. Lei capì. Con le lacrime agli occhi, nel viaggio di ritorno, mi confessò che mai avrebbe voluto essere mia moglie a quelle condizioni. Il fallimento del matrimonio dei suoi genitori era stato troppo duro da vivere. Non avrebbe voluto per nessuna ragione ripetere un’esperienza analoga. Cercai di convincerla della mia determinazione. Non mi credé. E non aveva tutti i torti. Non capivo che la sua fierezza era stata ferita mortalmente. Non potevo costringerla a vivere con persone che mai avrebbero voluto amarla. Ritornai a Madrid per prendermi una pausa di riflessione.

 

Analizzando ogni sua parola, per la prima volta la trovai superba, poco socievole e strana. Dovetti concludere che mia madre forse aveva visto giusto. Mi arrabbiai. Non la cercai più. Il tempo poco a poco mi aiutò a risanare la ferita. In famiglia ritornò la calma e l’armonia. Prudentemente ogni argomento riguardante un mio possibile matrimonio fu rimandato a tempi migliori. Ottenni una promozione importante che mi lasciava molta libertà e discrezionalità nei movimenti. Le usai. Sapevo che a un meeting a Parigi avrei potuto incontrare funzionari di grado pari al mio della società nella quale lei lavorava. E così fu. Feci subito amicizia con uno di loro che la conosceva bene e che mi parve discreto e riservato. Lo pregai di darmi di tanto in tanto notizie sue. Il collega non ebbe nessuna esitazione nel farlo. Incominciai una corrispondenza che mi permetteva di seguire da lontano, non visto, le sue tracce, di spiare in un modo discreto la sua vita. Un lavoro penoso. Alimentava il tempo del mio silenzio e mi aiutava, in effetti, a sopravvivere. Seppi così che era ritornata a Macao subito dopo i nostri fatti ma non era andata a vivere con il padre; che aveva  tentato un concorso all’università e lo aveva vinto. Impegnava, come me, la sua vita per non pensare, per dimenticare il passato. Alternava l’insegnamento al lavoro in azienda. Questo mi confortava e mi rendeva sereno. Ebbi la certezza che la sua vita sentimentale trascorresse alquanto monotona come la mia. Senza nessuna novità, senza i palpiti di un nuovo amore.  La settimana scorsa ho saputo che in questi giorni, dopo cinque lunghi anni di assenza, sarebbe dovuta ritornare a Lisbona. Prenotai un aereo e venni. Ricordavo la casa della madre, la strada, il suo quartiere. Speravo d’incontrarla nei dintorni. Nulla. Disperato, l’altro ieri bussai al suo portone. Mi aprì una donna molto invecchiata, dallo sguardo miope, dalla mano tremante e incerta. Non mi riconobbe. Non si ricordò più di me.

-Sono un amico di sua figlia. – Le dissi in un portoghese rimediato. – Potrei vederla? –

-A casa non c’è e verrà molto tardi stasera. Ha degli impegni all’università.- Rispose con garbo lentamente la signora.

-Potrebbe consegnarle un biglietto, allora, da parte mia? – Chiesi smarrito e sorpreso.

-Certamente!- Affermò lei. – Vuole della carta e una penna per scriverlo?-

-Le sarei molto grato se me le procurasse.-

La donna mi fece accomodare in un piccolo salottino attiguo all’ingresso e si allontanò per cercare quello di cui necessitavo. Dalla porta fece improvvisamente capolino una splendida bambina bionda e dalla pelle chiara, due occhi azzurri e una voce impertinente.

-Chi sei?- Mi chiese.

Sussultai. Guardandola, rimasi senza parole. Mai il mio informatore aveva fatto riferimento a quest’altra presenza.

-Tu non sei per caso il mio papà?- Mi domandò con un’aria interlocutrice, ingenua.

Un brivido percorse la mia schiena. La signora era intanto ritornata con carta e penna e, palesemente imbarazzata per le parole della bambina, cercava di distrarmi attirando su di sé la mia attenzione.

-Non le dia retta! – Mi suggerì subito. – A tutti gli uomini che incontra, fa sempre quella domanda…-

-Non sapevo che sua figlia si fosse sposata e avesse avuto una bambina…- Balbettai.

-Non si è sposata, difatti! -Specificò con fierezza lei. -La bambina l’ha avuta da un uomo il cui nome non ha voluto rivelare mai e credo che neppure lui saprà di avere già una figlia.-

Scrissi in fretta tutti i miei recapiti telefonici, il nome e l’indirizzo dell’albergo di Lisbona, il mio nuovo indirizzo di Madrid. Guardai la bambina e dovetti quasi scappare per non piangere. Tutta la sera dell’altro ieri e ieri ho vissuto un autentico inferno aspettando che si decidesse a telefonarmi. Lei non si faceva sentire. Oggi finalmente la chiamata.

-Hola!- Tremavo, mi mancavano le parole.

-Hola!- Rispose lei con voce ferma.

La mia voce era straordinariamente commossa.

-Voglio vederti subito. – Le dissi. -Ho deciso. Non riesco a vivere neppure un attimo ancora senza di te. In questi lunghi cinque anni la mia vita non è stata vita ma solo una monotona parentesi.-Lei ascoltava in silenzio. Sentivo il rumore del suo respiro. -Ho deciso. – Ripetei.- Non andrò via da Lisbona senza di te e senza la nostra bambina…-

-Quando ero sola, i tuoi non mi hanno accettato. Pensa a come mi accoglierebbero ora se sapessero che sono una ragazza madre…No! Tu ritornerai a Madrid anche senza di me. Il tempo della passione è finito.- Puntualizzò con pacatezza. -E’ subentrato il tempo del discernimento illuminato dall’uso della ragione. C’è un tempo per tutte le cose. Quel tempo è passato ed io ora non saprei amarti ancora come ti amai allora. Un capitolo chiuso è il nostro amore. Non ammette più aggiunta di parole.-

-Ma come puoi dirmi queste cose?- Le chiesi disperato tra le lacrime.

-Mia madre mi abbandonò per inseguire una felicità che non trovò mai. Tu rinunciasti a una vita tutta nostra per accontentare semplicemente i tuoi. Sono stanca di essere barattata. Ho capito che nessuno potrà amarmi più di quanto mi possa amare io stessa. Neppure quella bimba che è soltanto mia. Addio. Ripensa la tua vita. Non perdere il tuo tempo con i ricordi. I nostri destini si smarrirono in un viaggio di ritorno da Barcellona. –

-Attaccò il telefono. La sua voce non era più calma e sicura.-

Javier nascose con le mani il viso per potersi abbandonare al pianto in libertà.

-Che farai?- Gli chiesi dopo un lungo silenzio con un filo di voce.

-Non so, non saprei dirti…-Rispose confuso. -Domani partirò. La conosco. E’ inutile insistere.-

-Perché hai lasciato trascorrere tutto questo tempo senza cercarla?- Domandai con una sottile curiosità.

-Perché sono un debole!- Concluse amaramente. – Avrei dovuto vivere la mia vita, non quella confezionata da mia madre per me. –

-Tua cugina ti aspetta ancora o forse ha già sposato un altro?- Gli chiesi non senza un pizzico d’indiscrezione e di malizia.

-Non ha sposato un altro, credo che sposerà solo me. –

Si alzò. Ci salutammo. Lo vidi scomparire lentamente nella foschia chiassosa e calda dell’alba, dietro l’arco trionfale che immette nella Rua Augusta. Da uno dei caffè di Praça do Comércio improvvisamente la voce immortale di Amalia Rodrigues già cantava al nuovo giorno l’abbandono e l’amore: “Per una lacrima, per una lacrima tua, che bello!, io sarei disposta anche a lasciarmi uccidere”.