Sittiemmuru nu’mintiri
di Saro Distefano
Ragusa – Il maltempo del 22 e 23 maggio 2013, nella zona degli Iblei, è sintomatico. Anche – forse – di un cambiamento climatico. Impressionante, più di ogni altra cosa, la rossa nuvola di sabbia desertica che ci ha avvolto. Meno impressionante il freddo, la pioggia e il fortissimo vento che purtroppo non può non aver fatto danni, con la sua violenza distruttrice, quantomeno all’agricoltura.
Da sempre gli iblei ed i siciliani tutti registrano fenomeni climatici, anche di queste proporzioni (ed anche di maggiori) provenienti dal vicino continente africano (un tempo era il “continente nero”, ma chi c’è stato ne torna con una impressione di colori, tantissimi, ma tutti tranne che il nero).
La sabbia del deserto è compagna fedele delle nostre campagne. Sovente alla pioggia si associa questo strano finissimo di colore arancio che ricopre campagne (ed è ottima cosa, perché fertilizza), auto (altrettanto ottima cosa, perché da molto lavoro ai lavaggisti), e i balconi delle case (pessima cosa, perché costringe a pulizie extra le casalinghe e padrone di casa).
Ma a me interessa collocare questa ondata di freddo e vento e pioggia alla fine del mese di maggio, quando, cioè, già d almeno un mese le signore ragusane sono in giro con i sandaletti e le canottiere, al massimo – e per prudenza ritenuta da alcuni eccessiva – portando sottobraccio uno spolverino.
Alla fine di maggio il freddo è non soltanto normale, ma addirittura previsto. Ma – si badi – non dagli scienziati del meteo che con l’ausilio dei satelliti fanno ormai previsioni precisissime, quanto dai nostri antichi. Proprio così: i siciliani dei secoli passati, privi di satelliti, di I-Pad, di televisori grandi quanto un cinema, di GPS e di energia elettrica, passavano il tempo a guardare il cielo, contenti o preoccupati, secondo quanto accadeva.
La loro esperienza diretta, consolidata e verificata, gli permetteva di stabilire alcune regole o, meglio, tendenze, quelli che oggi chiameremmo trend.
Dallo loro secolare esperienza vengono fuori i detti ormai dimenticati (e a cosa ci servirebbero, del resto?) relativi alla preziosità della pioggia a marzo, o della certezza della pioggia quando le vacche si accucciano vicino i muri a secco.
Ma tra tutti, esiste un motto antichissimo e perfettamente attuale in questi giorni di “maltempo” (scritto tra virgolette appositamente, perché non sempre è male il tempo che per molti potrebbe invece essere “Beltempo”): “a Maju nun livari e a Sittiemmuru nu’mintiri”.
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