Lettere in redazione
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01/05/2026 20:35

La statua di San Giorgio a Modica posata dai portatori dopo il rimprovero del Vescovo Rumeo. L’amore è una cosa seria

Riceviamo e pubblichiamo.

di Redazione

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Modica – Amo la Chiesa e la riconosco come Madre.

Proprio per questo non riesco più a tacere di fronte a chi, con facilità, cerca il minimo pretesto per insultarla, salvo poi rivendicarne la figliolanza solo quando conviene o quando torna utile.

«L’amore è una cosa seria», ripeteva spesso un sacerdote che ha avuto un ruolo importante nella mia crescita. E proprio perché prendo sul serio queste parole, sebbene abbia cercato in questi giorni di non entrare in un dibattito che con la Fede ha ben poco a che fare, oggi non posso più restare in silenzio.

Sono ormai noti i fatti accaduti a Modica durante la processione del Simulacro di San Giorgio: una statua, certamente di gran valore artistico e storico, ma pur sempre una statua. E dietro quella figura vi è la testimonianza, storicamente fondata, pur tra le stratificazioni leggendarie medievali, di un uomo, un cristiano del IV secolo, che si oppose con coraggio all’editto di persecuzione dell’imperatore Diocleziano, fino a dare la vita pur di non rinnegare la propria fede.

 

Di quella fede, pura e incrollabile, quanto è rimasto oggi in chi si sente autorizzato a ingiuriare pubblicamente la Chiesa e il Vescovo di Noto? È una domanda che non può essere elusa.

Potrei richiamare numerosi riferimenti al Diritto Canonico, al Catechismo della Chiesa Cattolica e ai documenti conciliari, per ribadire che il Vescovo non solo ha il diritto, ma anche il dovere di guidare, correggere e custodire il popolo che gli è stato affidato. Preferisco però fermarmi a un’immagine più semplice e più profonda: quella evangelica del Buon Pastore.

Il gregge riconosce la voce del pastore perché vive con lui, perché si fida di lui, perché sa che egli si prende cura delle sue pecore, le protegge, le guida, e sarebbe disposto a dare la vita per loro. Quando invece quella voce non viene riconosciuta, forse il problema non sta nel Pastore, ma nella distanza da lui: non lo si conosce davvero, non si vive nella sua compagnia, forse si passa accanto al gregge solo occasionalmente, senza appartenergli veramente.

Chi non riconosce la voce del Pastore è chiamato a interrogarsi con sincerità se si è dentro o fuori dal recinto. Senza mai dimenticare, però, che il Pastore continuerà sempre a cercare ogni pecora, perché la ama.

Chiunque abbia una minima esperienza educativa sa bene che correggere non è mai facile, né piacevole. Eppure è necessario. Sempre. Se lo zelo e la sollecitudine pastorale del nostro Vescovo possono aver turbato qualcuno nelle modalità o nei tempi, non può tuttavia essere messo in dubbio, da chi si professa cristiano prima ancora che devoto, il valore educativo e autenticamente pastorale delle sue parole.

«L’amore è una cosa seria», e un Pastore che ama davvero il suo gregge, al quale ha consacrato la propria vita, non può sottrarsi al compito di guidarlo e, quando serve, correggerlo. Se non lo facesse, verrebbe meno alla sua missione.

A questo si aggiunge un altro aspetto che non può essere ignorato. Chi si riconosce figlio della Chiesa di Modica non può permettersi di mancare di rispetto a colui che ne è Padre. Nel cammino educativo è del tutto legittimo, e persino sano, che chi è educato senta il bisogno di comprendere meglio, di chiedere chiarimenti, di approfondire le ragioni di alcune scelte. Ma proprio perché «l’amore è una cosa seria», nessun figlio metterebbe in discussione l’amore e le buone intenzioni dei propri genitori.

Se le parole del Vescovo, in merito alla processione, non sono state condivise perché fraintese o non pienamente comprese, allora la maturità umana e l’affetto filiale – che dovrebbe essere stabile, indipendente dalle circostanze – avrebbero suggerito un’altra strada: quella del confronto rispettoso, della richiesta di chiarimento, del dialogo sincero.

Al contrario, aizzare le folle, fomentare reazioni pubbliche e ricorrere ad atti plateali non solo non aiuta a comprendere, ma tradisce quello spirito di comunione che è il cuore della vita ecclesiale. Sono atteggiamenti che hanno poco a che fare con la fede autentica e ancora meno con una devozione sincera a San Giorgio, la cui testimonianza rimane quella di una fede vissuta con coraggio, ma anche con ordine, obbedienza e verità.

Un’ultima considerazione si impone, guardando anche a quanto si legge in questi giorni sui social. Migliaia di commenti, spesso dal tono populistico, ripetono come un mantra: «San Giorgio è dei modicani», «San Giorgio è del popolo», contrapponendo in modo più o meno esplicito questa affermazione all’autorità della Chiesa.

Ma una simile contrapposizione tradisce una visione riduttiva e, in fondo, immatura della fede. San Giorgio non “appartiene” a nessuno come un bene da rivendicare o da difendere: è un testimone della fede della Chiesa, e proprio nella Chiesa trova il suo senso pieno. Separare la devozione dall’ordine ecclesiale significa svuotarla, ridurla a espressione emotiva o identitaria.

Quando la fede viene vissuta così, si rischia di diventare non più credenti, ma semplici consumatori occasionali di sacro: pronti a rivendicare simboli e tradizioni, ma restii ad accogliere ciò che quei segni realmente indicano e chiedono. E ciò che chiedono, sempre, è conversione, comunione e obbedienza nella carità.

 

prof. Salvatore Campanella