Un'Embajadas de moros y cristianos
di Un Uomo Libero
Madrid – L’ultima edizione della festa è solo una nota di contrasto, un intermezzo stridulo rispetto a ciò che è stata nel tempo la vera festa della Madonna delle Milizie.
Un Embajadas de moros y cristianos, ecco la verità sulla festa di Scicli, rappresentazioni teatrali diffusissime in tutta la Spagna mediterranea ma anche in molti centri del Portogallo e in altri paesi mediterranei rivieraschi come la Croazia, la Serbia, le isole greche.
Alcune riflessioni
Leggo spesso e volentieri, a proposito delle “Milizie” di Scicli, che la festa viene etichettata anche da insigni studiosi come “moresca”. La moresca di Scicli, per l’appunto.
L’Oli-Devoto così definisce il termine “moresca”:
s.f.
~ Antica danza caratterizzata da una certa energia e rudezza, introdotta in Spagna dai Mori e divenuta popolare in Europa nei sec. XV e XVI.
Altri dizionari sostanzialmente confermano questa definizione.
La moresca è, per ciò, “una danza di origine arabo-spagnola, a ritmo binario o ternario, di movimento rapido e carattere grottesco, diffusa in Europa fra il sec. XV e il XVII.”
Qualche enciclopedia riporta alla voce “moresca” più o meno le stesse nozioni:
“Moresca. Danza in voga fra il sec. XV e il XVII. Pare che la sua caratteristica tipica non fosse il ritmo, ma piuttosto un certo “colore” esotico, una certa bizzarria ritmica, o armonica o melodica. Tale è la moresca introdotta da Monteverdi nell’Orfeo. Nel sec. XVI la moresca indicò anche una forma vocale polifonica affine alla villanella, nella quale si mettevano in caricatura i canti dei negri; senza forma caratteristica, si ricollega direttamente alla mascherata.”.
Il nostro indimenticabile e dotto Prof. Bartolo Cataudella nel suo testo “Scicli” la definisce con più prudenza e giudizio “sagra” facendo notare che già il Pitrè nel suo “Spettacoli e feste popolari siciliane”, 1880, la aveva compresa tra i “misteri medievali” e il D’Ancona nel suo libro “Origini del teatro italiano”, 1891, le aveva attribuito la caratteristica di “una sacra rappresentazione”.
Che cos’è dunque la festa delle Milizie di Scicli?
Appare subito evidente, anche per il lettore più sprovveduto, che tutto si può dire di questa festa tranne che sia una “moresca”. Per il semplice motivo che non è una danza. Anche se contiene delle singolari affinità con quest’ultima riguardo alla storia, ai costumi, al “colore esotico” al quale si riferisce più di uno studioso in particolare.
L’anno scorso partecipai a un congresso internazionale, che si è svolto a Ontinyent, un grosso comune della Comunità Valenzana. Tema del congresso erano le celeberrime “Embajadas de moros y cristianos”, diffusissime in tutta la Spagna mediterranea ma anche in molti centri del Portogallo e in altri paesi mediterranei rivieraschi come la Croazia, la Serbia, le isole greche.
Ontinyent e Alcoy sono le città forse più note e senz’altro storicamente più importanti nelle quali le “Embajadas” si sono non solo radicate nei secoli, ma hanno ricevuto attenta tutela, studio sistematico di una tradizione che nonostante i tempi moderni è ancora molto viva e partecipata, riconoscimenti non solo istituzionali e statali ma anche internazionali ed europei.
Che cosa sono dunque le “Embajadas”?
Riporto la traduzione fedele del testo che le descrive nel portale on line della Regione Murcia:
“La festa di Mori e Cristiani (Embajadas ndr.) si può considerare una grande rappresentazione teatrale in cui gli attori sono gli stessi cittadini in festa. Le strade e le piazze si utilizzano come scenari, i vestiti e le scenografie della festa aiutano a sviluppare le azioni (teatrali ndr) e il nodo della drammaturgia gira intorno al duplice motivo religioso e storico di festeggiare il Santo Patrono del luogo e fare memoria anche dei tempi passati della “Riconquista”.
L’argomento di fondo, rappresentato nella storia, sono “le Ambascerie”(=”Embajadas” ndr.). Le loro origini si fanno risalire al teatro popolare dei sec. XVI, XVII e XVIII. Progressivamente hanno subito l’influenza delle mode teatrali delle differenti epoche fino al sec. XVIII, tempo in cui appaiono le prime testimonianze scritte relative ad alcune “Ambascerie” eseguite a Denia nel 1796″
“Le ambascerie”, dunque, si compongono di un “parlamento” tra esponenti dell’esercito cristiano e musulmano, della supplica al Santo Patrono del luogo, dell’inevitabile battaglia tra mori e cristiani e della vittoria finale dei cristiani sui mori che in terra di Spagna coinciderà con la presa del castello, segno tangibile della Riconquista, la plurisecolare lotta che strappò i territori della penisola iberica alla dominazione araba. Lotta che ebbe il suo culmine nel 1492, anno della capitolazione di Granata, ultimo baluardo musulmano, per mano dei Re cattolici.
I mercanti spagnoli che visitavano tutti i porti del Mediterraneo, in aggiunta alle mercanzie, esportavano anche tradizioni, usi e leggende della loro terra. Tra questi le “Embajadas”. Le radicarono in posti che presentavano affinità e interesse con i luoghi di origine, le perpetuarono per un intimo bisogno di sentirsi come in patria.
Che cos’erano “i misteri” ai quali si ispiravano le “Embajadas”? Erano delle vere e proprie rappresentazioni basate “sull’evoluzione dell’umanità secondo i principi cristiani (dalla creazione del mondo fino al giudizio finale) e sulle popolari vite dei santi. Erano scritti da religiosi ma erano interpretati dalla gente comune, spesso dentro le chiese o nell’atrio delle stesse”
A un esempio splendido di “misteri” si può ancora assistere a Elche, i misteri di Elx per l’appunto. Ogni anno, per la festa dell’Assunta, un’enorme e faraonica rappresentazione teatrale è realizzata dentro la chiesa da attori e cantanti rigorosamente scelti fra gli abitanti della città.
Con la conquista di Granata (2.1.1492), i misteri si colorarono di oriente, per un bisogno intrinseco di giustificare l’occupazione cristiana come voluta e permessa da Dio, il Bene dunque; in contrapposizione all’occupazione musulmana dipinta come il Male e, per ciò, combattuta e respinta oltre il mare africano.
Con la conquista dell’America, le feste di mori e cristiani sbarcarono, grazie allo zelo apostolico dei primi predicatori francescani e domenicani, nel nuovo continente, dove la tradizione continuerà nell’inevitabile contrapposizione tra bene e male, spesso identificando i mori (cattivi) con gli indigeni e i cristiani (buoni) con i conquistatori.
Le delegazioni provenienti dal Messico, dall’Argentina, da vari paesi sudamericani conquistati dagli spagnoli, accreditate presso il Congresso, mi lasciarono a bocca aperta non solo per una gelosa fedeltà alle tradizioni degli antichi padri missionari ma anche perché di colpo questi popoli si erano sentiti innestati in una storia che non esitavano a riconoscere come propria.
E allora che cosa sono davvero le nostre “Milizie”?
Non sono altro che delle “Ambascerie” “Embajadas”, forse l’unico vero esempio di “Ambascerie” in Sicilia.
Ad Alcoy il castello sarà difeso dall’intervento miracoloso di San Giorgio, a Ontinyent dall’intervento celeste del veneratissimo Cristo dell’Agonia, in moltissime altre città spagnole dalla Madonna, venerata sotto diversi titoli, e dai santi; a Scicli dalla Vergine Eroina, controfigura di Santiago Matamoros, Donna vestita di sole come la canta l’Apocalisse di San Giovanni.
Ho avuto modo di analizzare i testi delle diverse “ambascerie” spagnole. Sembrano quasi ricopiati dal testo del nostro Pacetto Vanasia. O il testo del Pacetto Vanasia sembra ispirarsi quasi pedissequamente a essi. In realtà né l’una cosa né l’altra.
Mi sono dato, invece, una risposta a questo importante interrogativo. Entrambi i testi originali antichi si ispiravano sicuramente a un unico copione orale che veniva tramandato da padre in figlio, da marinaio in marinaio, fino a raggiungere i posti più lontani del Mediterraneo.
Io, comunque, aggiungerei dell’altro.
La Regione Murcia ci informa che le prime notizie scritte e certe, riguardanti le ambascerie spagnole, risalgono al 1796 e sono contenute in documenti ritrovati a Denia.
Il nostro Cataudella nel suo testo “Scicli” riporta una nota del Santiapichi, apparsa su “Il Martello” del 1912, nella quale lo storico menziona un mandato del comune di Scicli del 1709 per delle spese sostenute a motivo “della festa da celebrare nel sabato di Lazzaro, per la rinnovazione della memoria che si fa ogni anno, quando Nostra Signora comparve, visibilmente, a cavallo, e conculcò Belcane con tutti li saracini” ed enumera nel mandato l’occorrente per la battaglia: “tamburi, trombette e bifari, per apparato di bara, cotone, spago, chiodi, apparato nella chiesa…”
Sempre il Cataudella ci informa che in un’àpoca del 1819 presso il notaio Antonino Emmolo, si trova indicata la spesa per i costumi necessari alla rappresentazione sacra, incluso il costo della veste del ragazzo che canta le lodi (l’angelo) e per il vino da somministrare ai marinai, portatori della statua.
Che dire? A distanza di numerosi chilometri, le ambascerie si svolgevano sostanzialmente identiche tanto a Scicli come in Spagna. Subivano in Sicilia come altrove le mode e le attualizzazioni del tempo. A Scicli come in Spagna si sentiva il bisogno agli inizi del Novecento di rimuovere quelle odiose incrostazioni lasciate da una satira di costume, spesso necessaria, per fortuna episodica, allo scopo di riportare il testo nell’ambito della storia e della tradizione più autentica e antica.
Da noi il prof. Giuseppe Pacetto Vanasia e prima ancora il prof Valentino De Caro nel 1888 (Cataudella, Scicli).
A Ontinyent nel 1860 il Prof. Don Joaquín José Cervino y Ferrero.
L’importante Museo Festero di Ontinyent mi chiese l’anno scorso una copia del testo del Pacetto Vanasia (che immediatamente procurai) per conservarla insieme con l’originale del Cervino Ferrer tra le reliquie più preziose dell’Istituzione.
Su due punti gli eminenti esponenti valenzani erano non solo d’accordo ma anche intransigenti.
Sull’insostituibilità del testo da rappresentare durante le “Ambascerie” e sull’estrazione popolare degli attori.
“Non c’è tradizione se uno di questi due elementi viene a mancare. Perché le ambascerie appartengono all’anima più genuina del nostro popolo.” Sostenevano l’anno scorso al congresso questi eruditi e sensibili amici spagnoli.
Purtroppo l’isolamento della “Ambasceria” di Scicli ha reso possibile nel tempo mistificazioni, manipolazioni e tradimenti di una delle feste tradizionali più importanti e significative dell’isola.
Voglio sperare che in futuro non si cada mai più in simili equivoci.
Personalmente non ho nulla contro l’ultima edizione della festa. La considero solo una nota di contrasto, un intermezzo stridulo rispetto a ciò che è stata nel tempo (salvo qualche sporadica occasione) la vera festa della Madonna delle Milizie.
La Sacra Rappresentazione ha una sua storia e delle regole. Ben lo sapevano i Padri che ce la tramandarono, ben lo sapeva il Pacetto Vanasia che si affrettò a cristallizzarne il testo.
Mentre nelle “ambascerie” spagnole il capitano cristiano si limita solo a supplicare il Protettore o la Protettrice di riferimento, nell'”ambasceria” sciclitana la Nostra Madonna ( a “Bedda Signùra”, come un tempo veniva invocata) si butta nella mischia, spada in mano, a difendere la sua memoria e il suo popolo. Lo faceva ieri, lo ha fatto oggi, lo farà sempre. Perché Scicli e la Madonna a cavallo sono un tutt’uno.
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