Una mostra alla galleria Dir'arte di Modica
di Paolo Nifosì
Modica – Ho avuto modo di vedere alcune opere di rara intensità emotiva e di grande significato simbolico nella mostra personale di Piero Guccione che si è aperta sabato 25 giugno presso la Galleria Dir’Arte di Modica con un quaderno in cui si trova un’intervista sul maestro a Marilù Eustachio a cura di Carla Antoci.
Voglio citare in primo luogo l’opera dal titolo “A G.Courbet, l’altra faccia del Mediterraneo”,un’opera emblematica di un aspetto della contemporaneità europea e mediterranea, un mare nero fatto in gran parte di plastica di fronte al quale in basso si pone un personaggio che potrebbe essere Courbet, ma che, riferendoci filologicamente ad un’opera dell’artista francese, potrebbe essere Bruyas. Guccione ancora una volta parte da un d’après, dall’olio di Courbet “ La riva del mare a Palavas”, un opera di piccole dimensioni ( cm 26×46)realizzata sulla costa della Provenza, per narrare un dramma contemporaneo, il dramma del mediterraneo luogo di lutti, di cadaveri, di migranti disperati, luogo di petrolio inquinante, di scontro di civiltà. L’artista che più di tutti ha celebrato l’azzurro, lo stupore dell’infinito elegiacamente scrive un epitaffio, utilizzando la plastica nera. Il nero come lutto, il nero come dolore. La sorpresa e la meraviglia per la scoperta del mare da parte di Courbet diventa impotente sconfitta. Non è la prima volta che Guccione rende la melma e il putridume del catrame nella battigia della spiaggia di Sampieri; ma quel nero bituminoso si riscattava verso l’orizzonte nel chiarore luminoso dell’azzurro. In questo dipinto l’intera superficie è invasa, l’intero Mediterraneo è luogo di morte, e un piccolo quadro riassume poeticamente il grande dramma contemporaneo, un dramma che spesso cade nell’indifferenza ed è triturato dal cinismo. Non è un urlo, ma un requiem quello di Piero, non un “dolce naufragar” ma, pesante distesa di piombo, una lastra tombale che è anche un giudizio etico-politico. Non contano le dimensioni del quadro, quel quadretto vale più di centinaia di metri quadrati di pittura e di installazioni. Il mare attraversato da Dedalo e Icaro, da Ulisse e da Enea; il mare su cui Eolo ha soffiato, il mare dei Cartaginesi e dei Romani;il mare di Pietro e Paolo, il mare di Agostino e di Settimio Severo; il mare dei Bronzi di Riace e del Giovane di Mozia, il mare di marocchini e tunisini, di libici e congolesi: quel mare è morto.
C’è un’altra opera di straordinaria invenzione nella mostra un olio su tela ( 59×26) dal titolo “ Studio per il muro del mare”. E ancora il Mediterraneo il protagonista in cui appare tra la densa atmosfera tra mare e cielo una vela tricolore, la bandiera italiana che allude a Garibaldi, ai Mille, e all’unità d’Italia. E’ il mare che aveva unito il Nord col Sud, il mare della speranza di allora, di un’amara regressione attuale nella messa in discussione dell’unitàitaliana. Opera d’impegno civile, questa, come la precedente, opera che assumerei come simbolo italiano se no si fosse distratti dal ciarpame mediatico ed informativo, opera lirica di sereno e pacificante messaggio. Altre vele Piero aveva dipinto in anni andati. Le vele di Friedrich, le vele della nave di Isotta che va verso il regno di Re Marke. Ma erano vele cariche d’ansia. La vela tricolore abbozzata, evocata, ha un che di gioiso, un messaggio che approda sulla spiaggia ocra della Sicilia. Il messaggio etico politico è dedicato alla natura, alla realtàvista, al pensiero incarnato di un simbolo. Le due opere che nella mostra si fronteggiano dicono poeticamente della condizione contemporanea, dicono dell’Europa e dell’Italia, dicono dei Paesi del Nord Africa, dicono dei popoli, delle loro storie e delle loro passioni, delle loro tragedie e delle loro speranze.
C’è infine un terzo tema trattato nella mostra, espresso dalle pale d’altare fatte per una cappella della chiesa di Santa Maria degli Angeli di Roma e degli studi preparatori. E’ il tema dell’incontro tra Cristo e la Maddalena dopo la resurrezione, lungo una spiaggia del Mediterraneo; voglio pensarlo in una spiaggia della Palestina: una visitazione, che èriconoscimento, accettazione, accoglienza, amore, riscatto in una spiaggia del Mediterraneo dove lo spirito s’incorpora all’azzurro nel chiarore di una falce di luna meridiana. Incontro che attraversa ancora Pontormo, la visitazione di questo grande pittore del cinquecento toscano, con le sue immagini nette ed impalpabili insieme. Sono due le pale. In una l’abbraccio tra Cristo e la Maddalena lungo la spiaggia; nell’altra lo stesso luogo come brano di natura in cui appare in alto la luna. Le due opere sono accompagnate da studi preparatori, fogli con pastello e matita di analoga intensità espressiva in cui l’evocazione dell’affetto, dell’amore èreso da forme leggere ed impalpabili E a riflettere su tutto questo il ritratto pensoso di Michelangelo dipinto da Raffaello nella Scuola d’Atene. Anelli tutti di una catena misteriosa, che struttura insieme gesti etici a gesti politici a gesti religiosi, d’una religiosità legata alla fede, d’una religiosità laica per i non credenti. Misteriosa soprattutto perchè intorno, affianco a queste opere vi sono mari azzurri, cieli azzurri: mari in cui la luce incorporata porta verso la chiarità del bianco senza mai annullarvisi, ari e cieli infiniti che l’occhio vede e che lo spirito contempla a dire della contraddittorietà e della complessità del reale, dell’inscindibile relazione tra contemplazione e indignazione, rabbia e comprensione . Cultura e natura, arte e fede, uomini che soffrono ed amano in una piccola grande mostra memorabile di cui sempre più se ne ingigantirà il ricordo, mentre tutto intorno è spettacolo.
Nel fotocolor di Gianni Mania, “A.G. Courbert, l’altra faccia del Mediterraneo”, Piero Guccione
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