L'ambientalismo a corrente alternata
di Michele Nania
Ragusa – Girano tante voci, e da un po’ anche un’inchiesta, sulle trivelle che vanno spertugiando qua e là nel Ragusano. Di una in particolare, quella di contrada Tresauro – un pezzo di terra pieno di quel magnifico nulla tipico delle campagne iblee, sulla vallata che scivola fino a Santa Croce – si dice che abbia inquinato l’acqua d’una sorgente talmente limpida e pura da chiamarsi Paradiso e da ispirare almeno un miracolo: la trivella ha provocato l’inquinamento due giorni prima che iniziasse a girare, e a ben quattordici chilometri di distanza.
L’inchiesta, partita da Santa Croce e destinata a salire fino a Ragusa per poi svoltare fino a Palermo, è tuttora in corso e ne attendiamo gli sviluppi con malcelata ansia. Un po’ perché, a sentir l’Eni, l’acqua inquinante arriva dai serbatoi ragusani che riforniscono d’acqua potabile l’intero capoluogo, un po’ perché in questa storia c’è puzza non tanto d’inquinamento ma d’interessi poco chiari.
Se consideriamo che l’Eni è qui da 50 anni e non può certo permettersi passi falsi, se consideriamo quel che è successo a Gela e Priolo e lo paragoniamo alla situazione iblea (che invece era e rimane un piccolo paradiso), forse la preoccupazione in questo caso è un po’ eccessiva.
Vedremo.
Intanto restiamo accanto al benemerito ambientalismo locale e l’invitiamo a non dimenticare tutti i veri flagelli di cui nessuno parla quasi mai: la plastica delle serre smaltita o bruciata dove capita, i fertilizzanti versati a mare, i carrubi sradicati e i muretti a secco smontati pezzo a pezzo, ad esempio, sono casi più evidenti, dannosi e preoccupanti di quel che al momento appare soltanto, speriamo metaforicamente, un buco nell’acqua.
La Sicilia
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