L'editoriale di Michele Nania su La Sicilia
di Michele Nania
Ragusa – Era poco più che un ragazzino ma era già capofamiglia, con un bimbo di 4 anni e una giovane moglie che l’aspettavano a casa ogni sera. Da quattro anni era «addetto ausiliario alle vendite» in un ipermercato, e dall’estate di due anni fa era anche rappresentante sindacale. Da quel momento, dicono le carte, erano cominciati i problemi. Nell’aprile scorso era stato ricoverato in ospedale con problemi di ansia, stress e tachicardia. A marzo aveva ricevuto una nota di contestazione dal suo datore di lavoro, che l’accusava d’essersi presentato alla cassa con cinque buoni sconti da 1 euro ciascuno, «utilizzabili unicamente per l’acquisto del prodotto», aggiungendo che quei buoni erano stati «sottratti illecitamente per «lucrarne il corrispettivo in danno dello scrivente». A dicembre, era il 18, il ragazzino padre di famiglia spiega in una lettera che non è vero. A dicembre, era il 28, il datore di lavoro gli spedisce la lettera di licenziamento «per giusta causa», riservandosi il diritto di richiedere «danni morali da quantificare nella sede giudiziaria che si intende adire per l’accertamento delle responsabilità penali». L’altro ieri – era il 14 gennaio – il ragazzino padre di famiglia addetto alle vendite di un ipermercato della grande distribuzione, apponeva la sua firma all’atto di impugnativa contro il licenziamento, e poco dopo ha scritto «vi amo follemente» in due biglietti indirizzati alla moglie e al figlioletto, cui ha aggiunto una sola riga, «ma non credo più nella giustizia»; poi ha legato una corda al ramo più alto di un albero del giardinetto della mamma, e s’è impiccato. Eventuali offerte saranno devolute in beneficenza, scrive la famiglia nel manifestino del lutto. Non chiede niente, la famiglia. Solo giustizia. Che è tutt’altro che niente. Ma forse qualcosa possiamo farla noi: raccogliamo cinque euro da devolvere all’ipermercato per risarcire i danni morali e magari salvarlo dalla bancarotta. Che vergogna.
La Sicilia
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