Il pozzo sorge a meno di venti metri dal fiume Irminio
di Redazione
Ragusa – C’è un’immagine che ieri ha attraversato la Sicilia e che merita più attenzione di quanta ne abbia ricevuta: nel centro oli San Paolino della Irminio srl, a meno di venti metri dal fiume Irminio tutelato paesaggisticamente, un serbatoio di greggio è esploso, si è accartocciato come lamiera esausta e ha liberato nell’aria una scia scura che ha inciso la vallata. Non è un guasto qualunque né un imprevisto da archiviare: è un segnale che impone di guardare dentro il sistema di concessioni e controlli che regola l’estrazione in Sicilia.
È accaduto in un impianto di produzione petrolifera, in territorio di Ragusa e Scicli, che da tempo non appartiene più alla dimensione locale: Irminio S.r.l. è stata per anni sotto il controllo di fondi americani, texani, e oggi fa capo a una compagine societaria straniera guidata dal presidente sudamericano José Alejandro Peñafiel Salgado, figura che conferma la natura internazionale della società.
L’incidente non ha prodotto danni ambientali né conseguenze sulla salute, ma ha messo in luce qualcosa di altrettanto rilevante: l’assenza di una risposta istituzionale all’altezza della situazione. Un evento di questo tipo richiede informazioni tempestive, una comunicazione chiara, la capacità di spiegare cosa sia accaduto e quali verifiche siano state avviate. Invece, il territorio si è ritrovato davanti a un silenzio che pesa più del boato, e che brucia più del fuoco di quelle vecchie lamiere.
In questo quadro, il ruolo della Regione Siciliana non è un dettaglio amministrativo. È la Regione che rilascia le concessioni minerarie, che vigila sugli impianti, che dovrebbe garantire che chi estrae idrocarburi nel territorio regionale rispetti standard, obblighi e controlli. È la Regione, più di chiunque altro, a dover pretendere trasparenza dalle società concessionarie e a rassicurare i cittadini quando qualcosa va storto. Anche da Palermo, però, non è arrivata una voce capace di colmare il vuoto informativo delle prime ore.
Ed è qui che emerge il ruolo del Comune di Ragusa, o meglio la sua mancanza. Perché se la Regione ha competenze tecniche e autorizzative, il Comune è l’istituzione che rappresenta la comunità, quella che dovrebbe chiedere chiarimenti, pretendere trasparenza, farsi carico delle preoccupazioni dei cittadini. Non servono competenze ingegneristiche per alzare la voce: serve consapevolezza politica. E ieri, da Palazzo dell’Aquila, non è arrivato nulla. Nessuna richiesta pubblica di approfondimento, nessuna presa di posizione, nessun segnale di attenzione.

E mentre le istituzioni tacciono, i numeri raccontano un’altra verità: il petrolio siciliano non è più quello di un tempo. In dieci anni sono andati perduti seicento milioni di chili di produzione. Oggi si estrae un quinto rispetto al 2015. I pozzi sono in esaurimento, molti non vengono più manutenzionati, altri sono di fatto in conservazione. A Ragusa, ENI tiene in attività solo due pozzi su otto; Irminio, su quattro, ne ha uno solo erogante, con volumi irrilevanti. Le multinazionali non investono più, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: crolla il PIL territoriale, si assottiglia quello regionale, si azzerano le royalties per i comuni.
Non è più il tempo delle domande sul sottosuolo. Il vero nodo, oggi, è capire come la Sicilia affronterà un’economia che ha perso uno dei suoi pilastri storici. La stagione dell’oro nero si è chiusa senza che nessuno preparasse un dopo, e il vuoto che lascia non è un dettaglio statistico: è una frattura che attraversa lavoro, finanze pubbliche e prospettive di sviluppo. Continuare a far finta che nulla sia cambiato significa solo rinviare un problema che, ormai, è già qui.
Potrebbe interessarti anche...
© Riproduzione riservata
