Cultura
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18/06/2012 18:30

Lino Bellia: Viterbo – Formia, 231 km

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Da Firenze a Sampieri in bicicletta

di Lino Bellia

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Bellia a Roma
Bellia a Roma

Viterbo – Lasciata l’affettuosa compagnia di Pietro e della sua famiglia, inizio questo secondo giorno di viaggio. Le condizioni fisiche tutto sommato reggono e il recupero è stato discreto. Ieri sera, per la fatica e principalmente per l’intenso caldo, lo stato era difficile quasi confusionale.

La strada è subito in discesa e la bicicletta, con il caricio dei bagagli scorre a precipizio. Le  gambe stentano a mettersi in movimento e il dolore alla schiena riappare.

Stamani ho iniziato il cammino con il timore dell’attraversamento di Roma. Città immensa che nel 2002 qualche difficoltà nell’orientamento me lo generò. Roma città inestricabile costituita da tutto ciò che nella storia è stato costruito, di tutto ciò che è scomparso, di ciò che è stato immaginato e mai realizzato. Tutto contribuisce a renderla sterminata e difficile nel movimento.

Stamani presto il cielo era una lamiera zincata: uniforme di grigio. Ho pedalato nella speranza il sole potesse bucare quel colore di una tetra uniformità.

 

Vetralla, Sutri sono le località incontrate nel primo mattino, dopo uno stardone con pendenze notevoli. Siano sempre sulla via Cassia e le strade sono di buon asfalto e moderatamente trafficate. È la via dei pellegrini, la Francigena. Tutto si è ormai detto e scritto su questo percorso, posso solo aggiungere le sensazioni di chi viaggia con lentezza e rispetto sul quel tracciato. Questa via attesta l’importanza del Pellegrinaggio alla ricerca della “perduta patria celeste”. Anche questo mio viaggio, ripercorrendo lo stesso tragitto medievale, percorso in bicicletta e in solitaria e con bagagli non ha la stessa ragione penitenziale, un aspetto devozionale laico di certo lo trattiene.

 

Ormai sappiamo come esistono significati concreti e anche simbolici riferiti al viaggio (vedi l’Odissea di Omero e il viaggio di Ulisse) credo il muoversi dentro uno spazio definito dal sedimentarsi di azioni nei secoli, diventi essenzialmente occasione di apprendimento nel senso più ampio del termine.

Le prime ore della domenica, la strada è lungamente deserta. Nelle strade  scorrimento veloce, dopo percorse, la automobili mi passano accanto a gran velocità e bisogna stare ben da parte perché si può essere travolti e le conseguenze potrebbero essere disastrose.

Guardo la carta del percorso della giornata che fissata sta sotto i miei occhi e penso è vero: tutte le strade portano a Roma. La città nell’impianto è radiocentrica e – tranne per il raccordo anulare e qualche altro anello – ha una struttura tentacolate con strade che dal centro si diramano verso tutti i punti cardinali. Attraverso bei campi di grano dorato, con le pesanti spighe piene di frutto che come teste sonnolenti si piegano al mio passaggio.

Entro a Roma da nord e ne dovrò venir fuori da sud-ovest verso la Pontina. Ricerco, con qualche difficoltà, i luoghi notevoli così come avevo fatto nel viaggio precedente: piazza San Pietro credo sia uno dei simboli della città. Il caldo aumenta e a mezzogiorno mi obbliga  a fermarmi per del tempo.

 

Nel silenzio lungo 40 km della fettuccia tra Latina e Terracina dentro il parco del Circeo, riflettevo ancora sul pedalare senza agonismo dichiarato. Credo pedalare è una sistema del pensiero, un pensiero meccanico-pratico. Dietro c’è, è vero, una dose di malinconia, di eroico soffrire, però viaggiando si attraversa sempre uno spazio muovendosi a pedali e muovendosi si scopre nient’altro di quanto dentro ciascuno già dimora. Ma abbiamo bisogno del viaggio ad andamento lento per attuare questi ritrovamenti e per scoprire le giuste risposte a domande angoscianti. Pedalare è un antidoto forte all’inquinamento ideologico che oggi si vive. Pedalare in balia degli eventi è come consegnarsi ad un’originaria nudità del corpo: clima, temperature, stanchezza, un corpo che pulsa, una necessità che urla. Pedalare ha sempre avuto a che fare con il pensare, i pensieri più articolati e profondi si effettuano quando il cuore batte più forte e la mente si rende libera come l’aria che si attraversa. Il pellegrino – con qualsiasi mezzo si sposti – è un pensatore nella lentezza del suo muoversi. Riesce a vedere e non solo a guardare, rallentando tutti i ritmi abituali, e si mette in assonanza con la ciclicità della natura.

 

Terracina, Sperlonga, Gaeta località incantevoli con costa accidentata da strappi e discese a strapiombo su un mare bellissimo. Ecco quella entità acquatica  – a me nato in un’isola dell’isola – manca molto.

 

 

Note a piè di pagina

La bicicletta è un mezzo che si adatta a diversi utilizzi. Con questa ho vinto anche delle gare, mi ha sorretto in tanta velocità…ora è attrezzo utili, viaggia lenta. Sopporta il peso dei bagagli e una volta sopra mi proietta nell’avventura. Questo sporgermi nell’imprevisto lo percepisco subito dall’assetto, dal peso in salita, dalla velocità d’inerzia, dalla sistemazione dei bagagli. Una volta ogni dieci anni…va bene anche così.

Per Flavio…che stranezza, può la memoria conservare un movimento e per uno strano condizionamento neuromuscolare assecondarlo? Perché quando pedalo di ritmo in salita, sento di avere il rapporto fisso come d’inverno quando correvo e una regia inconsapevole fa girare le gambe sempre alla ricerca della stessa cadenza?