di Redazione
Era un agosto di circa 15 anni fa.
Alle 10,00 del mattino la temperatura a Scicli era insopportabile per una persona normale, figurarsi per me che avevo contratto una broncopolmonite e avevo la febbre a 38 e mezzo.
Mio padre mi accompagnò in macchina fino al cancello dell’ospedale e, visto che le auto non potevano transitare all’interno, dovetti andare a piedi, sotto quella calura infernale fino al padiglione più in alto dove fanno le radiografie.
Mi prenotai e l’infermiera mi invitò a scendere fino all’accettazione per il pagamento del ticket.
Non stavo tanto bene in piedi ma piano piano arrivai fino agli uffici.
Feci la fila e presentai la ricetta medica.
All’epoca, in quell’ufficio, c’era una persona che conoscevo già e che proprio allora finii di conoscere.
Guardò la ricetta e mi disse:”Quando devi fare le radiografie?”, “Ora”, risposi.
E lui “Allora devi tornare sopra e fare correggere la data. Qua hanno messo la data di domani!”.
“Non posso tornare sopra”, risposi, “ho la broncopolmonite e la febbre a 38 e mezzo e fuori fa un caldo boia.”
“Si, ma se devi fare le radiografie oggi, devi fare correggere la data e io non posso farlo”.
Io, insistendo, come farebbe chiunque sapendo di stare subendo un torto “Ma non puoi fare una telefonata? Parla con l’infermiera, che ci vuole a cambiare una data scritta a penna?”
A nulla servirono le mie insistenze.
Dovetti andare su, piano piano, far cambiare la data sulla ricetta, poi scendere di nuovo sotto, pagare il ticket a quel personaggio, che mi è rimasto indelebile nei ricordi, risalire di nuovo, sotto il sole e con la febbre addosso, vedendo tante persone molto più sane di me che continuavano ad andare su e giù in macchina per i padiglioni.
Capii allora perchè i malati si chiamano pazienti.
Gli ospedali antepongano i diritti dei malati a quelli dei dipendenti.
Ric
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