E la sua lezione: il meno contiene il più
di Giuseppe Savà
Modica – Era arrivata a Modica, insieme al marito e a due bambine piccole, nel 1992, in fuga dalla bombardata Sarajevo, Nisveta Kurtagic Granulo. Una perfetta sconosciuta.
Dal nulla costruì la propria notorietà di architetto, artista dal segno grafico inconfondibile, designer pubblicitario. Alla fine degli anni Novanta questa signora dal sorriso invincibile, dura, decisa, e dolcissima insieme, era diventata un “brand”.
Dire Nisveta ha voluto dire qualità, originalità, buon gusto. Modica l’ha accolta come una delle sue figlie migliori, amandone il taglio professionale, asciutto, essenziale, fatto di sottrazioni, in un mondo in cui tutti aggiungono, appesantiscono, affastellano.
La lezione di Nisveta in fondo è consistita in questo, per gli architetti iblei, per i grafici iblei, per i pubblicitari iblei, che da lei avevano solo da imparare: il meno contiene il più. Il segno grafico deve essere puro, minimalista, riconoscibile, riproducibile. A occhi chiusi.
Hanno giocato in suo favore un modo vero di essere donna: severa e teutonica, amabile ed empatica. Un no da Nisveta era un no sempre argomentato, sostenuto da ragioni etiche. Cosa ha determinato il successo di questa donna che la morte ci ha strappato ad appena cinquanta anni?
La sua intuizione che l’architettura nasce da un bisogno profondo di spiritualità. Nisveta costruiva, disegnava, si districava nelle sue trame e nei suoi orditi sapendo che la ricerca ultima del nostro io è la felicità, l’ordine, il desiderio di amare e di essere ricompensati d’amore.
Se oggi due sindaci, quello di Scicli e quello di Modica, sentono il bisogno di esprimere il sentimento di lutto provato da due comunità (Nisveta viveva tra Modica, Roma e l’estiva Sampieri) è perché pochi come lei, hanno saputo essere evangelicamente “straniero eppure accolto”. Con Nisveta la frontiera era un ostacolo rinviato quotidianamente di qualche metro, di qualche centimetro. Anche quando la malattia le ha impedito di rispondere, di esserci, ha lottato la propria quotidiana sfida contro le forze contrarie, di un destino che l’ha vista prima nel dolore, in patria, poi profuga, in Italia, infine apprezzata e amata da tutti, nel Belpaese, nel mondo, dove ha portato le proprie mostre, fino alla caduta: la malattia e la morte. Improvvisa, inattesa, ingiusta.
Cosa resta della lezione di Nisveta? Resta un segno. Quello inconfondibile che ti permette, quando entri in un locale pubblico, in una villa, in una casa, davanti a quadro, a un disegno o a una etichetta pubblicitaria, di dire: “E’ Nisveta”.
L’umano, la sua cordialità, il suo sorriso, la sua bravura, ci mancheranno. In maniera dolorosa e triste. A chi resta il compito di spostare un po’ più in là l’asticella del buon gusto, dello stile, della sobria eleganza.
Della donna di Sarajevo, venuta a conquistare il cuore dei siciliani.
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