Cosa ha creato Pinuccio, “l’uomo dallo sguardo altrove”?
di Giuseppe Savà
Ragusa – Chi volesse tracciare il senso del lavoro di Pinuccio La Rosa in Sicilia in questi decenni di impegno nella ristorazione di qualità e nell’accoglienza farebbe i conti con una personalità complessa, sfaccettata, il cui carattere esuberante e incontenibile ha rischiato di far perdere di vista il vero ruolo che Pinuccio ha avuto nell’economia del territorio.
Perché al di là del tratto umano che in queste ore è stato ricordato, spesso sin troppo assorbente della vera identità di Pinuccio, il bilancio che i suoi funerali, celebrati stamani nella cattedrale di San Giovanni Battista di Ragusa, hanno imposto di fare si traduce in un rapporto di prospettiva che ci costringe a gettare lo sguardo all’indietro di una trentina d’anni.
Il brivido corre dietro gli sguardi che si incrociano in chiesa: giovani camerieri, entrati in brigata senza esperienza, oggi diventati autorevoli responsabili di sala; inesperienti aiuto cuoco ai tempi balbettanti tra i fornelli, oggi riconosciuti come affermati chef negli alberghi di lusso. Tutti a scuola da Pinuccio. Imprenditori e medici, architetti e giornalisti, attori e personaggi dello spettacolo. Il brivido è negli sguardi che si inseguono: ci si riconosce dopo anni, ci si saluta mestamente, fra persone appartenenti a mondi lontanissimi che in comune avevano una cosa, anzi, una persona. Pinuccio.
Cosa ha creato Pinuccio, “l’uomo dallo sguardo altrove”, come lo ha definito il fratello Antonio durante l’orazione funebre in chiesa?
Ha creato identità.
Quando negli anni Novanta nessuno capiva che gli iblei, oltre ai carrubi di Piero Guccione, ai bianchi e neri di Giuseppe Leone, alle menzogne notturne di Gesualdo Bufalino, erano anche un’altra identità, l’identità della cucina, del cibo, Pinuccio trasformava l’eredità del padre Serafino, fondatore di una trattoria di mare nel 1953, in progetto culturale, in visione, in meta.
Pinuccio La Rosa è stato imprenditore, uomo d’economia, capace di vedere la dimensione dell’alta cucina non come un banale momento edonistico ma come motore di sviluppo economico di una terra, la Sicilia, che era esclusa da un certo tipo di turismo di lusso, banalmente per mera assenza di proposta.
Pinuccio ha intuito che bisognava creare un mercato, una offerta, una dimensione originale, senza tradire le radici, la terra stessa che avrebbe offerto la materia prima di quel racconto. Ha creato identità, dando volto e sostanza alla narrazione della cultura gastronomica iblea e siciliana, capendo che quello era uno snodo fondamentale, al pari della pittura, al pari della fotografia, al pari della scrittura.
Dall’identità è passato al valore. Insegnando, educando, indicando la strada della qualità, dell’attenzione al dettaglio, al bello, all’amorevole. Alla coccola.
Pinuccio era come un ascensore. Dava a ciascuno l’opportunità di salire a un piano superiore in termini di coscienza, di preparazione, di amicizie, di relazioni.
È stato un uomo di relazioni. E oggi in chiesa una rete invisibile ha tenuto tutti insieme, così diversi, così lontani, eppur così uniti dalla comune amicizia con Pinuccio.
L’ultimo brivido corre infine guardando i compagnetti di classe dei figli di Pinuccio così composti nella chiamata a un momento di dolore prematuro.
Alla famiglia, al fratello Antonio, ai figli, arrivi, anche attraverso queste poche righe, l’affetto di una comunità che resta orfana.
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