«Non hanno usato il defibrillatore»
di Redazione
Roma – Se avessero chiamato i soccorsi in modo tempestivo, e se avessero usato il defibrillatore, Margaret Spada si sarebbe potuta salvare. Emerge dalla consulenza disposta nelle indagini sulla morte della giovane, deceduta dopo un intervento di rinoplastica effettuato nell’ambulatorio – privo del titolo autorizzativo all’esercizio di attività di chirurgia – gestito da Marco e Marco Antonio Procopio. Per questo motivo la Procura ha deciso di chiudere le indagini a carico dei due medici, padre e figlio, già sospesi dalla professione per un anno e accusati di omicidio colposo. Secondo gli inquirenti il ritardo nei soccorsi – sarebbero stati aspettati circa 15 minuti prima di chiamare il 118 – sarebbe stato fatale.
I fatti
I fatti risalgono al 4 ottobre del 2024. Margaret, 22 anni, era arrivata a Roma per sottoporsi a un intervento di «rimodellamento della punta del naso», si legge negli atti. L’operazione era stata effettuata nello studio di Procopio, in via Cesare Pavese. Alle 14.15, la giovane era entrata nell’ambulatorio insieme al fidanzato. All’inizio dell’intervento aveva accusato «uno stato di malessere», si legge nell’ordinanza di sospensione dalla professione. Il compagno ha raccontato di essere stato invitato ad entrare nella sala operatoria per calmare la ragazza, ma di essere poi stato fermato senza spiegazione. Dopo alcuni minuti si era accorto che i medici stavano cercando di rianimare Margaret con un massaggio cardiaco.
Le chiamate
Dall’informativa del Nas, agli atti dell’inchiesta, emerge che sarebbero state effettuate tre chiamate al 118: la prima alle 14.36 e l’ultima alle 14.48. L’automedica era arrivata nell’ambulatorio alle 14.50. Tre minuti dopo era arrivata l’ambulanza. Il medico a bordo aveva dichiarato di avere trovato la giovane a terra, mentre Marco Procopio ne aspirava il vomito e il figlio le faceva un massaggio cardiaco. Quando era stato chiesto ai chirurghi perché non avessero usato il defibrillatore non ci sarebbe stata risposta.
La sospensione
A carico dei due chirurghi, in ottobre, il gip aveva disposto la sospensione, insistendo sul fatto che già alle 14.24 «la situazione presentava profili di criticità». Per il giudice Marco e Marco Antonio Procopio avrebbero una personalità «spregiudicata»: anche subito dopo il decesso della giovane avrebbero continuato «a effettuare interventi chirurgici». Per il magistrato era anche rilevante il fatto che «la struttura, a parte il defibrillatore non utilizzato, non fosse dotata degli strumenti minimi necessari ad un primo soccorso rianimatorio». E ancora: nella gestione dell’emergenza «le condotte degli indagati sono connotate da imperizia, non avendo compreso che era in atto una fibrillazione ventricolare da trattare immediatamente con defibrillatore, che avrebbe potuto garantire la sopravvivenza della vittima». Le condizioni della paziente sarebbero state sottovalutate. E nel lungo tempo tra l’insorgere del malore e l’intervento del 118, per ben 26 minuti, gli indagati, «nonostante l’inefficacia delle manovre rianimatorie, continuavano nelle stesse e non ricorrevano all’unico strumento idoneo».
Nel corso dell’inchiesta, condotta dalla pm Eleonora Fini, sono state ascoltate anche altre pazienti di Marco Procopio, che hanno parlato di complicanze insorte a seguito dei trattamenti. Dopo la chiusura delle indagini, già notificata ai due camici bianchi, entrambi assistiti dall’avvocato Domenico Oropallo, il prossimo passo della Procura dovrebbe essere una richiesta di rinvio a giudizio.
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