Melania Diquattro partecipa a missioni in Togo, in Africa per portare assistenza sanitaria nei villaggi.
di Redazione
Ragusa – Melania Diquattro è una infermiera di 26 anni ragusana.
Da tre anni partecipa a missioni in Togo, in Africa per portare assistenza sanitaria nei villaggi.
“Con Africare Ubuntu facciamo principalmente missioni sanitarie (partecipate da medici e infermieri) ma ci occupiamo anche di sociale.
A livello puramente clinico, il nostro lavoro parte dalle necessità più immediate. Allestiamo dispensari o postazioni mobili per raggiungere anche i villaggi più isolati, dove l’accesso alla medicina di base è un miraggio. Visitiamo centinaia di persone, gestiamo le urgenze, difatti è una lotta continua contro la malaria, soprattutto nei bambini, che va diagnosticata rapidamente con i test rapidi e trattata prima che diventi severa. Accanto a questa, ci si trova a gestire costantemente infezioni respiratorie acute, parassitosi intestinali dovute all’uso di acqua non potabile, e gravi stati di malnutrizione, sia acuta che cronica, che debilitano il sistema immunitario dei più piccoli”.
Prosegue il proprio racconto Melania: “C’è poi tutta la parte di primo soccorso, la cura delle ferite infette e il monitoraggio delle donne in gravidanza. Fare sanità in questi contesti significa fare il massimo con pochissime risorse, ottimizzando i farmaci essenziali a disposizione e facendo un’enorme attività di educazione igienico-sanitaria per prevenire i contagi. Ma fare sanità in questi contesti significa soprattutto non lasciare le cose come le abbiamo trovate: lavoriamo fianco a fianco con le realtà e il personale locale per fare formazione, scambiare competenze e fare in modo che i presidi sanitari continuino a funzionare anche quando la missione sarà conclusa.
Medichiamo ferite e distribuiamo i farmaci essenziali gratuiti per trattare le patologie più diffuse come diabete e ipertensione.
A livello sociale andiamo nei villaggi più poveri a distribuire cibo in quanto un pasto al giorno non è garantito e vestiti”.

Da tre anni partecipi a queste missioni in Africa, che sensazione ti porti quando torni in Italia?
“Come sempre è stata un’esperienza forte. Spesso mi chiedono: “Ma chi te lo fa fare? Perché ami andare in missione?”
La risposta l’ho trovata ancora una volta negli sguardi di centinaia di bambini che non hanno nulla, né cibo, né un letto, ma che ti stringono le mani fino a spaccarti il petto.
L’ho trovata negli occhi di quei bambini davanti a quel piatto di riso conservato dentro a un sacchetto perché oggi si mangia ma domani?
È ancora l’ho trovato nella cura della malaria di quella bambina che quel giorno ha avuto la fortuna di incontrarci prima di aggravarsi.
Parto perché questa terra mi cura l’anima. Parto perché, per quanto io provi a dare, torno sempre a casa avendo ricevuto infinitamente di più”.

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