Economia
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07/12/2009 10:49

Mililli: Le imprese devono utilizzare di più lo strumento della moratoria Abi

di Leuccio Emmolo

“Non è vero che si tratta-dice Mililli-  di una sorta di dichiarazione di difficoltà della struttura aziendale. Anzi è uno strumento utile, un valore aggiunto.

Gli attuali numeri  su quante aziende fanno ricorso alla moratoria, appena il 20 per cento, mi sorprendono. E’ vero che c’è ancora tempo, mi sarei aspettato però una percentuale  particolarmente alta”. 

Ma quali sono i motivi  di questa rinuncia, visto che le difficoltà  di credito delle aziende sono sotto gli occhi di tutti? “Ravviso due tipi di difficoltà-risponde Mililli-, da un lato la mancanza di informazioni da parte delle imprese, ma soprattutto la loro indifferenza. Le imprese hanno paura che questa richiesta  sia interpretata male da parte della banca, come una confessione di tensione finanziaria dell’azienda. Ma non è così, perché le stesse banche hanno spiegato chiaramente che la moratoria non significa per loro che l’impresa è in difficoltà. Questa richiesta  non ha effetto sul rating. In altre parole non aumenterà il tasso del mutuo”. 

Moratoria a parte,  come si  fa ad infondere fiducia agli imprenditori?  Sono diversi i consigli  che si sente di dare Mililli: “In primis, l’imprenditore deve avere consapevolezza che il business ha un futuro; secondo, nei rapporti con la banca, l’istituto di credito deve avere la certezza  che l’imprenditore abbia il controllo della situazione. Non importa  se questo anno o il prossimo è in perdita , la banca deve constatare che c’è un orizzonte positivo per l’impresa. Terzo elemento,  serve qualità, freschezza e veridicità nella comunicazione con le banche”. 

Quali sono le richieste del mondo imprenditoriale alle banche?  “Prima di tutto tempi di esame delle pratiche  brevi e certi. Meglio un no subito e motivato ad una richiesta di finanziamento, piuttosto che  vivere tre mesi nell’incertezza. Serve poi  stabilità nei rapporti con i funzionari. Un altro elemento non trascurabile è la massima trasparenza tra le due parti”.  
 

Quale lavoro dei confidi rispetto alle banche  per  consetire alle imprese di  ottenere finanziamenti a condizioni vantaggiose? “ I rapporti tra banche e Confidi sono regolati dalle convenzioni, che stabiliscono tra l’altro i tassi da applicare sui finanziamenti bancari assistiti da garanzia consortile. L’esigenza della piccola e media impresa non è, infatti, solo quella di avere credito a basso costo, ma anche di ricevere assistenza e consulenza, a partire dalla gestione finanziaria. Visto che le banche non sempre riescono a dare questo tipo di supporto, sono i Confidi a riempire questo vuoto. Se è vero che la consulenza poggia le basi su un’attenta conoscenza delle esigenze del cliente, allora è senz’altro opportuno per i Confidi rafforzare le capacità di analisi e di valutazione dell’impresa, non solo al momento dell’iniziale istruttoria ma per l’intera durata della relazione. 

Mi piace sottolineare, ancora una volta, che la crescita e lo sviluppo dei Confidi passano attraverso una strada già tracciata da tempo e da alcuni Confidi già percorsa per un buon tratto. In questa direzione convergono due fattori, solo apparentemente in contraddizione: sinergie e autonomia decisionale. Sinergie da consolidare in particolare con gli istituti di credito: non si può infatti pensare di soddisfare i bisogni dello stesso cliente (l’impresa) senza mettere in piedi un sistema efficiente ed efficace di collaborazione tra banca e Confidi. Autonomia decisionale, perché solo con questa il Confidi riuscirà a garantire reale valore aggiunto sia alla banca che all’impresa.

Se il Confidi svolgesse una propria autonoma valutazione, anche se in sinergia con quella della banca, tale da produrre una sorta di “pre-rating” da spendere sia nei confronti della banca che dell’impresa, irrobustirebbe l’attività di erogazione della garanzia e nello stesso tempo getterebbe le basi per allargare lo spettro di attività da svolgere a favore delle imprese”.