Cultura
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06/01/2009 12:37

Modica.info intervista Alessia Scarso

di Redazione

Alessia Scarso ha ricevuto lo scorso 28 dicembre il premio al miglior montaggio al Corto Siracusano Film Fest 2008 con il cortometraggio del regista ibleo Ivano Fachin, “Giro di giostra”.

Alessia Scarso, classe 1979,  laureata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, vive tra la sua Modica e la Capitale. Ha firmato il montaggio del backstage “Sulla riva del lago”, in cui recita il bravo Paolo Briguglia, e ha partecipato a “Un giorno a Roma”, presente nel 2002 nella sezione “Cinema Utile” del Festival di Bellaria. Ha montato uno dei sei episodi del documentario sulle nuove povertà nella città eterna, raccontando le condizioni di vita dei rom e dei barboni che vivono sotto i ponti, aiutati quotidianamente dalla Caritas. Ha lavorato, fra gli altri, per la regista Francesca Archibugi, l’autrice de “Il grande cocomero”, che le ha affidato il montaggio di “Gabbiani”, un laboratorio del Centro Sperimentale, ispirato a “Il Gabbiano” di Cechov. Il film è arricchito dalla lettura di Fabrizio Bentivoglio, dalle lezioni tenute da Furio Scarpelli, Paolo Virzì, Umberto Contarello, dagli interventi di Piero Tosi, Margherita Buy e Marco Bellocchio. Ha montato il cortometraggio “Vox Rerum”, di Ivano Fachin, altro cineasta modicano, selezionato per i David di Donatello (sezione corto) edizione 2006-2007.

Alessia con questo premio possiamo affermare che sei entrata nel Cinema, adesso si comincia ad apprezzare il tuo lavoro di montaggista. Com’è nata questa voglia di fare cinema?

Entrai per la prima volta in un cinema all’età di tredici anni. Quel giorno scoprii che esisteva una “tv più grande”. Il grande schermo mi ha subito affascinato… Negli anni successivi ho compreso l’esistenza di molteplici forme di linguaggio, e a tutte mi sono legata, scoprendole, criticizzandole, sperimentandole. Ancora oggi non sono così sicura di poter dire di far parte della famiglia cinematografica. Mi piace saltellare di mezzo in mezzo, alla ricerca di cose che trovo belle.

come mai hai scelto questo  modo “silenzioso” di lavorare nel cimema?

“Muzzicansutta” è un termine siculo con cui si definisce una persona che all’apparenza sembra calma, immobile  ma sotto sotto è in piena attività, qualunque essa sia.
A me piace lavorare così. In silenzio, in disparte, in un ruolo che sembra contare poco ma poi nella realtà dei fatti risulta cruciale.

Alessia ScarsoCi puoi parlare del tuo lavoro?

Girovago tra i diversi mezzi di comunicazione, ma fondamentalmente faccio sempre la stessa cosa: leggo una sceneggiatura, acquisisco integralmente il materiale filmato per rendermi conto di come essa è stata visualizzato dal regista, mi siedo accanto a lui e ricostruisco da un punto di vista visivo la sceneggiatura scritta. Le variabili a questa impostazione del lavoro sono infinite. Dal regista che subentra solo dopo che ho costruito un premontato ad una forma di regia tecnica che spesso mi capita di fare da sola.
Ultimamente collaboro spesso con Donatella Palermo, un’importante produttrice di cinema, di origine siciliana, che vive e opera nella Capitale. Con lei si è venuta a creare un’intesa che va anche oltre la mia professione di montatore, tanto che mi ha invitata a prendere le redini di alcuni progetti a cui stiamo lavorando. La fiducia che mi ha dato mi porta ad allargare gli orizzonti delle mie capacità e a lavorare su dimensioni comunicative che ancora non avevo esplorato.

Qual è il genere di film che preferisci montare?

Il genere che non ha un genere. Mi piace andare oltre le forme. Trovare un interessante materiale di partenza, analizzarlo, rielaborarlo e costruire qualcosa che prima non c’era.

Il film che ti ha impegnato di più?

Il docufilm “Gabbiani”, per la regia di Francesca Archibugi. E’ stato il mio primo esperimento fuori dalle forme. Si è partiti dalla documentazione filmata di un processo di criticizzazione e messa in scena del “Gabbiano” di Cechov. Parte del materiale rubato alle fasi di preparazione, parte costruito sul set e girato in pellicola. Una mole di immagini che si aggirava intorno a 120 ore. Bisognava arrivare a 80 minuti. Un lavoro minuzioso di archiviazione e scalettatura del materiale e poi una lenta e faticosa fase di costruzione del racconto. L’impegno è stato duro, sia perché il lavoro stesso voleva risultare una sintesi di 6 diversi registi, ognuno dei quali girava delle scene supervisionati da Francesca, sia perché a montare eravamo in due, io e Maria Fantastica Valmori, supervisionate da Esmeralda Calabria (vincitrice di due David di Donatello per il miglior montaggio, ndr).
Da una parte esercizio didattico (era un lavoro prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia, che frequentavo) dall’altra la prima vera esperienza di tempramento professionale ma soprattutto linguistico. Tutto lo stress, tutta la stanchezza, è poi svanita in un attimo il giorno che l’abbiamo visto proiettato in sala alla 61a edizione del Festival di Venezia.

Il linguaggio di un film nasce dal montaggio effettuato dal montatore e se fatto bene il film ne trae grossi benefici. Perché allora solo il regista ha la parte del leone?

Il regista ha la parte del leone da un punto di vista mediatico e organizzativo. A lui viene fatto riferimento, come un direttore d’orchestra, e a ragione. Nei fatti, quando si è insieme in sala montaggio, il regista sa bene di doversi affidare al montatore, e il montatore sa bene come gestire un materiale e un’idea in maniera delicata. Questo discorso è estendibile a tutte quante le figure professionali che ruotano intorno ad un prodotto cinematografico. Ogni regista sa che la sinfonia viene fuori solo se riesce a sfruttare al meglio ognuna delle competenze dell’orchestra che dirige.

Alessia ScarsoSei stata premiata per il montaggio del corto “Giro di Giostra”. Cosa significa questo premio per te?

Nel mio processo di crescita ho sempre diffidato dei premi. L’espressione autentica delle proprie idee non dovrebbe essere influenzata dal concetto del riconoscimento. Un giorno ne parlai durante una lezione al Centro Sperimentale. Mi rispose Francesca Archibugi facendomi un discorso che sul momento non condivisi. Un autore ha necessità di essere riconosciuto, sia dal pubblico che dai circuiti. Ed era curioso che parlassimo di questo argomento mentre lavoravamo al “Gabbiano” di Cechov, dove il protagonista, scrittore, si chiede cosa sia il talento e mette in discussione la propria capacità di espressione, il tutto perché non riesce ad essere “riconosciuto” dalla madre, attrice famosa ed affermata.
Dunque adesso ricevere un premio per me vuol dire una pacca sulla spalla. Vuol dire essere incoraggiata. Vuol dire ricevere energia per ripartire con un altro lavoro. E quando la pacca sulla spalla te la dà la tua terra è come riceverla da tua madre.
Essere premiata per un lavoro di Ivano Fachin poi è una doppia soddisfazione. Ivano prima ancora che un regista con una sensibilità e un occhio straordinari per me è un amico. E’ un confronto professionale autentico. E’ un discorso sul cinema in continua evoluzione di forma. E’ come se venisse premiata la nostra dialettica.

Ci puoi anticipare i tuoi prossimi lavori?

Sto lavorando, insieme a Donatella Palermo, su alcuni progetti che vogliono raccontare la Sicilia. Analizziamo diversi aspetti, mettiamo assieme diverse storie, tutte che ruotano attorno alla cultura e alla storia dell’Isola. Abbiamo molte cose in mente. Qualcuno potrebbe diventare un corto, qualcuno un documentario, qualcuno, come mi auguro, potrebbe assumere una forma particolare che non trova collocazione di genere. Con lei ho un rapporto aperto e sincero, sotto il profilo professionale. E’ una produttrice che sa ascoltare, incoraggiare e sa lasciare lo spazio che serve.
Spesso ridiamo mentre ci scambiamo storie sulla nostra famiglia e sulla nostra vita, perché condividiamo questo senso di amore e stupore per la “Sicilitudine”.

Autore: Piero Pace

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