Aveva chiesto scusa alla famiglia Tortora nel 2014, ammettendo di aver commesso un errore.
di Redazione
È morto, all’età di 88 anni, il magistrato Diego Marmo, che rappresentò l’accusa al processo che ha visto imputato Enzo Tortora. Il decesso, di cui si è appreso solo oggi, risale alla giornata di domenica e le esequie si terranno alle 11 di domani, 5 maggio, a Napoli nella Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini in piazza degli Artisti.
Marmo, che ha ricoperto anche l’incarico di procuratore capo della Procura di Torre Annunziata, aveva chiesto scusa alla famiglia Tortora nel 2014, ammettendo di aver commesso un errore.

L’arresto di Tortora e il processo
Il conduttore televisivo venne arrestato all’apice del successo il 17 giugno del 1983 e condannato a dieci anni per traffico di stupefacenti e associazione a delinquere. Nel 1986, in appello, la sentenza venne ribaltata e l’anno successivo l’assoluzione venne confermata in Cassazione. La vicenda, che distrusse un innocente, è impressa nella memoria nazionale come il più eclatante «orrore» della giustizia italiana.
Tortora viene ammanettato in favore delle telecamere alle 4:30 di quel giorno di primavera del 1983, viene arrestato con accuse gravissime: associazione camorristica e traffico di stupefacenti. Le immagini fanno il giro d’Italia e l’opinione pubblica lo giudica immediatamente colpevole prima che cominci il processo stesso. Il suo nome viene collegato artatamente a Raffaele Cutolo e alla criminalità organizzata. Tra gli elementi d’accusa, prevale un’agenda sequestrata a un pentito in cui comparirebbe il suo nome. Solo molto più tardi emerge che il nome nell’agenda non era “Enzo Tortora” ma “Vincenzo Tortona”. Le dichiarazioni dei pentiti risultano subito infondate. Ma ciò nonostante, dopo 7 mesi di carcere e 5 ai domiciliari, Tortora viene condannato in primo grado a 10 anni. Il processo si svolge secondo il modello inquisitorio del Codice Rocco, fondato sugli atti scritti e su un contraddittorio limitato, che sostanzialmente non esamina le prove d’accusa. In un contesto di emergenza mafia e forte pressione mediatica, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia vengono ritenute credibili senza adeguati riscontri.
L’assoluzione però arriva in appello con formula piena “per non aver commesso il fatto”, confermata dalla Cassazione nel 1987. Nel frattempo, come è risaputo, Tortora è un uomo distrutto.
Le scuse del magistrato alla famiglia
Trent’anni dopo l’arresto del conduttore televisivo il pm che ne chiese con veemenza la condanna – definì Tortora «un cinico mercante di morte» – ha chiesto scusa ai suoi familiari: «Mi sono portato dietro questo tormento troppo a lungo, chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto», disse Marmo a Il Garantista. La risposta di Gaia Tortora, figlia di Enzo, arrivò dai social: «È tardi. È troppo tardi. Ci sono stati 30 anni in mezzo. Ma se avesse ammesso di aver sbagliato prima non avrebbe ottenuto le sue promozioni. Provo compassione e pena per chi ha giocato con la vita di un uomo innocente». E Gaia Tortora chiese al governo «una riforma della giustizia che dia senso e dia dignità alla parola giustizia».
La carriera e la «difesa» dell’ex pm
Marmo nel frattempo ha diretto la Procura di Torre Annunziata – un distretto caldissimo per i reati di camorra e i traffici di droga e rifiuti – non senza inciampi, le cronache conservano memoria di un arresto di un militare per droga, poi rilasciato. Ma quando si è scusato con la famiglia Tortora era assessore alla legalità a Pompei. In occasione della nomina dichiarò che Tortora era stato «solo un episodio» della sua carriera, scatenando polemiche: «Ma in trent’anni non ho mai pensato o detto chissenefrega del caso Tortora. Immaginavo che potessero sorgere polemiche sulla mia nomina. Ma alla fine ho deciso di accettare perché Pompei mi sta a cuore… Il mio lavoro – si difese – si svolse sulla base dell’istruttoria di Di Pietro e Di Persia, Tortora fu rinviato a giudizio da Fontana, io feci il pubblico ministero e sulla base degli elementi raccolti mi convinsi in perfetta buona fede della sua colpevolezza. In giro c’erano molti Diego Marmo. Ma sul banco degli imputati sono rimasto solo io».
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