Scicli – “Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.
Nella chiesa del Carmine di Scicli echeggiano le parole di San Paolo, davanti alla bara scarna, essenziale che custodisce il corpo di Mirko Tamburo, il giovane venticinquenne sciclitano morto a bordo di un camper, in un incidente stradale autonomo verificatosi il 2 agosto, al confine con l’Italia.
Don Nunzio Di Stefano esordisce: “E’ il momento dell’abbandono. Un abbandono positivo. Quello delle energie che permettono agli esseri umani di stare uniti, di trovare i motivi di condivisione piuttosto che quelli di divisione”.
Nove giorni. Tanti ce ne solo voluti perché la salma di Mirko tornasse a casa, dall’ultimo, maledetto viaggio.
Il giovane studente universitario amava viaggiare.
Lo ricorda l’amico Giovanni, leggendo una lettera, in chiesa: “Ricordi il viaggio a Malta? Non avevamo ancora diciotto anni… E poi a Barcellona, è stato bellissimo, anche se siamo rimasti poco. La notte andavamo in discoteca e ci piaceva fare mattino, e l’indomani commentavamo quello che era successo. Non avevamo limiti”.
Don Nunzio: “Non conoscevo Mirko, ma ieri sera a casa sua, quando la salma arrivata da Catania, ho avuto una sensazione dolce e amara insieme. L’amarezza della morta prematura di un giovane, la dolcezza della percezione di un grande amore attorno a lui”.
Il parroco è delicatissimo: “Quante volte noi figli litighiamo coi nostri genitori? Quante volte ci ripromettiamo di chiarire, un giorno, e quel giorno non arriverà mai perché la morte ci impedirà di farlo?
Molti mi chiedono: perchè Dio permette ciò? La domanda che dobbiamo farci è un’altra: in cosa cambierà la mia vita da questo giorno? Come io onorerò la morte di Mirko?
Continuando ad avvelenarmi? Avendo una condotta di vita sbagliata, frequentando persone sbagliate?
Stamani venivo in chiesa, per celebrare questo funerale, e ho incontrato un padre, sul motorino, senza casco, con la bambina in braccio, che guidavano insieme. Se avessi chiesto a quel genitore di scendere dalla moto, mi avrebbe risposto: “Non si preoccupi, è tutto sotto controllo”.
Già, ma cosa è sotto controllo?
Cosa controlliamo noi?”
In chiesa c’è la comunità di cava d’Aliga, dove la famiglia di Mirko, il padre, la madre, il fratello e la sorella, vivono.
Un suo professore di liceo: “In quarta decise di non venire a scuola. Era un ragazzo intelligentissimo, in conflitto col mondo dei grandi, amico di tutti”.
E l’amico Giovanni, nella lettera a Mirko: “Mi hai insegnato che nella vita uno se la può sbrigare da solo. Non me lo hai mai detto, ma sei stato un esempio”.
Sulla bara la maglia numero 10 dell’Inter.
Una bara scarna, essenziale, come il dolore di chi lo ha conosciuto, senza più lacrime.
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