Cronaca
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27/04/2011 14:47

Noi profughi nordafricani, figli della pulizia del Governo Berlusconi

Indossano gli stessi abiti che li hanno riparati dal sole del mattino e dall'umidità della sera

di Vittoria Terranova

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Profugo, Pozzallo
Profugo, Pozzallo

Pozzallo – Sono giovani, timidi e cordiali. Assolutamente inoffensivi. Somali, eritrei, nigeriani, libici, tunisini, ghanesi. Conoscono il francese e parlano correttamente l’inglese. Li vedi passeggiare tra la gente di Pozzallo in coppia, o a gruppi di tre, dal capannone dell’ex dogana, che per loro è un centro di accoglienza, lungo corso Vittorio Veneto, fino al lungomare Pietrenere.  Indossano gli stessi abiti che li hanno riparati dal sole del mattino e dall’umidità della sera durante la traversata dalla Libia, dove quasi tutti dicono di essere salpati, fino a Lampedusa, prima tappa in territorio italiano. Sono alcuni degli ultimi extracomunitari arrivati la settimana scorsa a Pozzallo da Porto Empedocle, dopo l’operazione di “pulizia” ordinata dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in visita sull’isola di Lampedusa, invasa dai migranti. In tasca portano tutti il foglio di “richiesta di protezione internazionale” rilasciato dalla Questura di Ragusa e, quasi tutti, hanno un telefono cellulare.

Sulle panchine del parco di Padre Pio, uno dei pochi ritrovi per anziani e bambini a Pozzallo, è facile scambiare quattro chiacchiere con un tre di loro che, incuriositi, diventano presto cinque, poi otto, poi dieci: età media 25 anni.

Da dove è iniziato il vostro viaggio?

“Dalla Libia. 750 su una barca, 70 donne e una ventina di bambini, per due giorni in mare aperto”.

Ma voi non siete libici?

“No, ma abbiamo lavorato per anni in Libia, dove ora c’è la guerra. E poi, dalla Libia è più facile raggiungere l’Italia”.

Dove andrete?

“Al centro di Pozzallo ci dicono che tra qualche giorno, una settimana al massimo, saremo trasferiti in un altro centro”.

Dove?

“Questo non lo dicono mai”.

Ma voi vorreste rimanere in Sicilia, in Italia, o siete diretti in Francia, Germania, Inghilterra?

“Non importa: in qualsiasi posto sicuro, l’importante è lavorare”.

Quindi non volete rimanere in Sicilia?

“No, qui il lavoro è finito. Aspettiamo i documenti per andare dans les grandes villes, a Roma, Milano, Torino”.

Alcuni lavoravano nell’agricoltura, altri sono muratori, autisti, meccanici, carpentieri; il loro livello di istruzione è medio, qualcuno dice di aver studiato per fare l’ingegnere. 

Che genere di lavoro cercate?

“Qualsiasi”.

E dopo? Pensate di tornare dalle vostre famiglie?

“Perchè no? Se ci sarà la possibilità di lavorare, quando la guerra è finita, torneremo a casa”.

Dopo questa ultima domanda, alcuni diventano irrequieti, si girano continuamente, iniziano a parlare tra loro. Quando chiedo cosa succede, uno di loro mi spiega che non riescono a sentire da oltre 15 giorni le famiglie e sono impazienti di ricevere i permessi temporanei.

“Senza documenti- mi spiega un somalo- non ci vendono le schede per telefonare ai nostri parenti in Africa; i nostri giorni stanno trascorrendo al Centro del porto di Pozzallo dove only sleep and eat, si dorme e si mangia solamente; non sappiamo quanto tempo ci vorrà prima di avere i documenti”.

“Si mangia e si dorme”, e vi lamentate!? Il sorriso torna spontaneo sui loro volti dopo l’immediata l’esclamazione ironica, necessaria a ristabilire il dialogo confidenziale con i migranti.

Hanno da mangiare, da bere e dove dormire. Sono liberi di uscire dalle 9 alle 19 ma sono impazienti di toccare con mano i documenti rilasciati dallo Stato italiano per iniziare una nuova vita, con un nuovo lavoro, in un nuovo Paese, senza mai dimenticare chi è rimasto nell’Africa “vicina”.