Ci scrive Sandro Foresto
di Sandro Foresto
Venezia – Torno ora da una città del nord Europa, dove sono stato per lavoro.
Trovo Venezia sotto una tempesta di neve che rende tutto ancora più irreale, con i contorni sfumati e al tempo stesso con linee improvvise, disegnate dallo strato gelato sulle superfici scure delle pietre, delle gondole, delle ringhiere dei ponti.
Il freddo, il buio che incomincia presto mi portano inevitabilmente con la testa a Scicli ed è la lettura di Sciclinews, come mi ostino a continuare a chiamare il sito della mia Scicli, che mi porta colla fantasia a quel sole, tra quella gente, tra i miei cinque carrubi. E trovo il “pezzo” di Beppe Savà sui “nuovi Sciclitani”. Savà è bravo, sa il fatto suo. La nota è scritta bene e presenta un fenomeno nuovo, per certi versi inspiegabile: perché tanti di noi dal nord sono venuti a Scicli e vi hanno trasferito parte della loro vita? Sì, a Scicli siamo arrivati dopo aver percorso molte strade e qui ci siamo fermati, chi per una pausa, chi per riprendere il fiato, chi per fermarsi, come quei viaggiatori che aprono la loro valigia e una alla volta, lentamente, ne tirano fuori le loro cose, riordinandole, dando loro un posto.
Finalmente, un posto.
I “perché” di Scicli possono essere molti, ma ne vorrei dire uno solo.
Alcuni di noi avrebbero potuto scegliere solitarie scogliere, orizzonti infiniti che guardano il nulla, oppure pianure fertili e ombrose, oppure ancora suggestive colline perfettamente coltivate e qua e là punteggiate di ville eleganti e maestose nel loro isolamento.
Abbiamo invece scelto Scicli e il suo paesaggio, i suoi carrubeti, i suoi muretti a secco, le rocce vestite di pini e di cipressi delle sue
cave, da cui, in fondo, si vede il mare; Scicli e i suoi vicoli, le scalinate piene di luce, le vecchie case di pietra, i bei palazzi.
Abbiamo scelto Scicli perché è una città. E qui parlo per me: Scicli è una città che ha una storia, un passato, begli edifici nobili, e una vita reale, degli abitanti, i suoi negozi. Ha ragione Savà quando riporta un nostro pensiero per cui Ibla, bellissima, ci appare a volte artificiale; Modica ha edifici nobilissimi, ma gli scempi urbanistici compiutivi negli anni ottanta e novanta sono delle ferite ancora aperte.
Scicli è più piccola, concentrata e il fatto di essere addossata alle cave di San Bartolomeo e Santa Maria la Nova l’ha almeno da una parte preservata. E l’austera, solenne, materna San Matteo è una sorta di Partenone su un’acropoli ruvida, aspra ma che si apre come un giardino delle delizie a chi vi si inoltra rispettoso e in silenzio.
La bellezza di Scicli è il segreto del suo fascino: certo anche qui le ferite sono state gravi e Piazza Italia dovrebbe essere a tutti di
monito perché quello che vi è stato fatto ha deturpato una prospettiva che immagino doveva essere bellissima, come la chiusura delle fiumare dovrebbe far riflettere sui pericoli di una omologazione che banalizza e incoraggia a sempre nuovi guasti (penso ai giardini di aranci trasformati in parcheggi). E le palme: dentro di noi, in molti, abbiamo sofferto per la morte delle belle palme di Scicli come se avessimo perso degli amici.
Ma Scicli è anche altro: Scicli è la sua gente. Ha ragione Uomo libero a dire che gli Sciclitani hanno una spiccata sensibilità per l’ospite e ne parlavo proprio l’altro giorno con un amico che insegna filosofia orientale e che ha al tempo stesso una profonda conoscenza dei miti classici: a Scicli rivive ancora, come un miracolo, nella gente, soprattutto nella gente che ha più vicine le proprie origini alla terra e quindi all’infinita sapienza nascosta ai dotti, quell’antica domanda se dietro allo straniero, nei panni del viandante, non si celi qualche Mercurio, qualche Giove, o qualche angelo messaggero degli dei. Sono consapevole che sto esagerando, e so bene che nessun viandante può essere oggi scambiato per un messaggero celeste, ma di quesi miti è rimasta la gentilezza, la premura, il sorriso, l’accoglienza.
All’articolo di Savà farei due appunti, per quel che mi riguarda. Il primo è facile: quel “in genere molto benestanti” è vero solo per
alcuni casi. Chi scrive sa bene di essere un privilegiato, ma più per il lavoro che fa, per le persone che ha la ventura di incontrare, per gli stimoli che riceve e per la bella città in cui vive, ma anche a me le bollette quando arrivano… arrivano, e i conti e i lavori da fare ancora alla casa, al giardino, alla cisterna, vanno rateizzati e centellinati altrimenti non ce la si fa.
E l’altro appunto, più serio, è su quel “si frequentano, una sera a casa dell’uno, a casa dell’altro”. E’ vero, certo che ci vediamo. A Scicli e grazie a Scicli ho avuto la ventura di conoscere persone di prim’ordine che, non originarie di Scicli, vi hanno preso casa e sono sempre molto lieto di rivederle: alcune di queste poi sono diventati veramente degli amici. Ma è ancora più vero che a Scicli ho molti amici Sciclitani: conoscenze fortuite, come i miei padroni di casa (quando il primo anno sono stato in affitto), con i quali ho subito instaurato un rapporto di simpatia, stima, amicizia. Una famiglia borghese come molte, si potrebbe dire, due giovani coniugi, lui professionista affermato, lei straordinaria padrona di casa, molto religiosa e attenta alla vita culturale della città, due bravi ragazzi all’Università e al Liceo, una famiglia da manuale diremmo, ma che ha saputo stupire un “nordico” come me per quella destabilizzante cortesia, calore, gentilezza, apertura senza pregiudizi, per quella finezza di cuore che sa offrire amicizia senza fare domande e che ti accoglie per quello che sei. Anche in questo io vedo tutto lo spessore di una cultura di grande signorilità e di antica sapienza.
Come è Sciclitana una giovane bella signora, anche lei, come tutti gli Sciclitani, scettica sui suoi conterranei, e che continua un poco a rimpiangere i begli anni passati a studiare al Nord, anche se è consapevolissima che la sua bellezza, i suoi splendidi capelli neri,
la pelle d’oro, lo sguardo dolcissimo, l’arguzia dell’intelligenza, la risata piena di sole, l’amore alla vita che sprizza da ogni sua
parola, sono per noi, intirizziti sopravissuti a un mese di acque alte e di nebbie, sempre e solo il linguaggio della Sicilia e delle sue dee.
Ma potrei continuare: quando stavamo comprando casa a Scicli, noi che venivamo da Venezia e conoscevamo poco, pochissimo della Sicilia e nulla di Scicli, forti erano le nostre perplessità e dubbi. E certo non l’avremmo presa se non avessimo avuto la fortuna di incontrare un ragazzo di Padova, che avendo già fatto prima di noi l’esperienza, ci incoraggiò e sostenne moralmente (un ragazzo che per molti è stato, oltre che un caro amico, un provvidenziale apri-pista). Ma poi fondamentale fu l’incontro, che dobbiamo al ragazzo di Padova di cui dicevo prima, di un giovane architetto che poi è diventato uno dei nostri più cari amici di Scicli. E qui devo spezzare una lancia a
favore delle professionalità che abbiamo trovato in città. In tutto e sempre ci siamo serviti solo di professionisti, di maestranze, di
imprenditori, di fornitori di Scicli e abbiamo sempre incontrato tecnici, operatori, operai le cui capacità sono state notevolissime, anche nelle operazioni di un restauro delicato, rispettoso dei materiali, nel segno dell’austera sobrietà delle case del luogo, realizzando un’opera che credo possa essere ritenuta esemplare. Ebbene quel giovane brillante e fine architetto e sua moglie hanno dato un senso tutto speciale al nostro vivere a Scicli.
E poi, i vicini. Dove siamo noi, a poche case di distanza, abitano ancora alcune famiglie. Ci separano alcune casette abbandonate da
anni, a volte cadenti, alcune in via di restauro da parte di un altro simpatico foresto (un bravissimo medico). Benedico quelle famiglie, che sono la vita di tutto il nostro gruppetto sparuto di case; soprattutto i bambini. D’estate, durante le vacanze dalla scuola, i nipoti che ormai durante l’anno abitano a Jungi, o comunque in altri quartieri, raggiungono i nonni e la sera, dopo cena, è tutto un festoso vociare, grida di bimbi, scoppi di risate, parole lanciate, richiami, come di rondini. La penombra e i chiarori incerti delle luci non mi consentono che di vedere ombre, rincorse, lanci, salti e poi ancora corse: hanno sette, dieci, tre anni, tutti assieme. Mi accordo che quella festosa confusione mi intenerisce e mi scopro vecchio come i loro nonni, o forse di più.
A una certa ora, prima di cena, viene a trovarci C. (non faccio il suo nome, per il riserbo rispettoso che gli devo): straordinario esempio della capacità di saper risolvere ogni problema e, se non te lo risolve, lui sa a chi rivolgersi. Generoso, lieto, amico di tutti, cordiale, affettuoso, sa dirti quando una pianta ha bisogno di cure, sa aiutarti a mettere su un muro caduto, sa portarti su, per i sentirti del bosco fino a dove la sommità della cava rivela tutta la sua infinita maestosità e ti indica, lì, in fondo, il mare. Al mattino, prima delle sette, quando prendo il caffè fuori della porta di casa, lo vedo uscire, scendere la gradinata, salire sul motorino per andare al cantiere ed è allora che si gira e mi saluta, di lontano, con un muto ampio cenno del braccio. In principio non capiva le mie telefonate al sabato mattina, telefonate inutili, ma adesso mi lascia fare: sa che quelle sue due parole, quelle vocali piene d’aria e di luce, quel suo dirci che tutto va bene, che c’è il sole o che piove, ci bastano per farci sentire, anche per solo qualche minuto, a casa.
Savà scrive che ci interessiamo a Scicli, al piano paesaggistico, alla salvaguardia dei muretti, alla manutenzione delle case; sa che ci preoccupiamo che la Scicli vecchia non diventi solo un raggelante e anonimo miscuglio di B&B, che non si dimentichino le tradizioni e il
passato, che i giovani non debbano andarsene, che la bellezza sia considerata il vero inalienabile patrimonio di Scicli.
Savà scrive che, per quel che possiamo, cerchiamo di portare a Scicli lavoro, turismo, gente a posto che venga a stabilirsi qui consapevole del rispetto che questa città richiede. E’ tutto vero. Certo, noi possiamo cercare di fare qualcosa e lo facciamo anche perché siamo consapevoli di avere dei doveri nei confronti della comunità che ci ospita. Ma l’avvenire di Scicli è degli Sciclitani. Dei giovani Sciclitani soprattutto. Questa ventata (se possiamo chiamarla così) di novità deve essere colta come possibilità di crescita, non come pretesto di rovina. Il destino di Scicli è nelle mani degli Sciclitani: per questo ritengo che certe sperienze associative nate in questi ultimi anni a Scicli e nel Ragusano per l’ambiente, la storia, il patrimonio artistico, letterario, sono da considerare con estrema
attenzione e da favorire e incoraggiare.
I segnali ci sono e sono importanti: a partire da quella che fu la straordinaria avventura del riconoscimento di alcuni monumenti di
Scicli come patrimonio Unesco sono accadute molte cose. Da tempo la stampa si è accorta di Scicli; da tempo vi vengono persone che sono attente a quello che vi succede. Si può ricreare qui quel piccolo miracolo che è accaduto a volte per alcuni centri minori italiani che sono considerati come dei gioielli: ma per fare i miracoli ci vuole tanta perseveranza, intelligenza, accortezza, trasparenza, limpidezza di fini e di mezzi, e concordia. Si può fare: di gente brava a Scicli ce n’è davvero tanta.
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