Attualità
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21/01/2009 01:35

Obama e il sogno americano

di Redazione


  

“Yes, we can!”. Questo è stato lo slogan cantato, gridato nella grande spianata del Campidoglio statunitense da una folla oceanica di tre milioni circa di persone che, sfidando il freddo pungente dei due gradi sottozero, ha resistito, impavida, anche a una minacciata nevicata, scongiurata all’ultimo momento.

“Yes, we can!”. Era la musica che si sentiva nell’aria. Mormorata da chi non aveva più parole, gridata da chi sentiva solo rabbia, ripetuta come un mantra da chi non sapeva farsi una ragione.

L’uomo, accolto da un’ovazione, si affacciò verso mezzogiorno dal balcone di un’impalcatura del Campidoglio per pronunciarla con le sue labbra. Una grande recita nella quale i personaggi non portavano più la toga come nell’antica Roma, non più marsine e cilindri come al tempo dei Padri Fondatori, ma solo abiti molto comuni che il freddo aveva imposto, nonostante il momento immortalato dalla storia.

Il nuovo Cesare arringava la folla con parole non scritte, sgorganti direttamente dal cuore e quindi prive di quell’artificio che le avrebbero potuto rendere auliche, altisonanti. Non il grande studioso, pignolo e ricercato, dal sopracciglio inarcato e assorto ma un piccolo ed esile negro, dalla faccia petulante di ragazzo appena cresciuto, simile ai tanti ragazzi negri che ogni giorno vivono di espedienti nelle immense bidonvilles delle metropoli americane. Giurava con la mano alzata la sua fedeltà alla Nazione sulla Bibbia che fu di Lincoln. I bianchi erano là, consapevoli di uno scippo, pensierosi nel disperato tentativo di un bilancio delle loro vite.

Ma soprattutto era là l’America, non solo gli States. Nella voce roca di Aretha Franklin; nel suo canto: lamento e preghiera che ricordava assolate piantagioni di cotone. Con le sue contraddizioni evidenti. Con le sue ansie mai celate e vinte di libertà. La tenacia dei Padri Fondatori ed anche la fede incrollabile nei principi del Vangelo risorgevano intatte, attraverso secoli, in quel “Yes, we can!”

Obama, quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America, si consacrava grande speranza di un popolo che aveva fatto della libertà la sua vera ragione d’esistenza.

L’altro, G. W. Bush, malinconico, sconfitto, guardava, straniero e stranito, una nazione che non gli apparteneva più e per questo da un pezzo si rifiutava di capire. Lo sguardo spento, il sorriso obbligato e incerto. Scese, subito dopo il solenne giuramento, accompagnato dai nuovi inquilini, servi un tempo e ora padroni indiscussi e acclamati, come in una sequenza di Via col vento, lo scalone posteriore del Campidoglio per raggiungere un elicottero che lo avrebbe portato via lontano, molto lontano. Lontano dai nostri occhi, dalla nostra mente. Non più minaccia reale ma, ora, solo lungo e terribile incubo.

Le borse salutarono il nuovo Presidente con crolli inattesi ma naturalmente comprensibili. Wall Street un fracasso. Parigi chiuse con l’indice negativo più basso. E così Madrid, Milano; poco meno Zurigo, Londra e Francoforte. Molti giornali oggi, the day after, sono usciti con titoli imbecilli: “Non c’è stato l’effetto Obama”.

Ma sì che l’effetto c’è stato! Il crollo delle borse lo denuncia. La vecchia politica affaristica, spregiudicata e corrotta, teme quest’uomo limpido che non conosce le mezze misure, che ha già ammonito il mondo con il suo messaggio di uguaglianza e di pace. Il congelamento, firmato a pochi minuti dal suo giuramento, dei processi pendenti di Guantanamo certamente è la sua prima risposta. La più immediata, la più urgente, la più predittiva. Verranno Cuba, Irak, Afghanistan, Gerusalemme e chissà quali e quante altre sorprese destinerà quest’Uomo alla Storia.

Buon lavoro, Mr. President, e, soprattutto, good luck!

 

Un Uomo Libero

Aretha Franklin sings  “My Country Tis of Thee”