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17/01/2011 20:38

Paolo Cannì vittima di mobbing?

E del dio denaro

di Telenova

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Paolo Cannì
Paolo Cannì

Ragusa – Il cortile delle palazzine popolari di via Aldo Moro 50, dove Paolo Cannì ha vissuto con la moglie e il figlioletto sino a venerdì mattina, prima di togliersi la vita al culmine di uno stato di depressione in cui è caduto a seguito del licenziamento subito, che riteneva ingiusto e pretestuoso, domenica mattina era un brulicare di gente. Nel piccolo appartamento non entrava più nemmeno uno spillo e alla fine gli operatori dell’agenzia funebre hanno dovuto mandare via amici e parenti. Il corteo, raccolto e composto, ha raggiunto in ritardo la chiesa Pio X.

“Questo corteo fatto di voci sommesse e commenti intimi, l’ho visto anche venerdì sera quando sono andato a casa Cannì, per pregare con la famiglia e gli amici – ha detto padre Raffaele Campailla, nell’attacco dell’omelia – e allora cosa vuole dirci la morte di Paolo? Vuole insegnarci la necessità di dialogare e comunicare e di trovare la forza d’animo in Dio, l’unico capace di darci coraggio quando tutto è perduto, quando non abbiamo più forza. Paolo ha voluto risolvere così, le sue motivazioni. Adesso spetta a noi cercare le risposte agli interrogativi che restano e che vanno sempre visti nell’ottica di Dio”.
Il giovane don Raffaele aveva sposato Paolo cinque anni fa e conosceva bene quel ragazzo solare che aveva detto sì a Letizia, la sua fidanzata di sempre. “Quando noi siamo stanchi, depressi, affaticati, tutti abbiamo un carico da portare nella vita, allora dobbiamo guardare a Dio, dobbiamo fare come i fedeli che andavano nel Giordano a farsi battezzare da Giovanni, rivolgerci all’Agnello di Dio”.

Il prete si è rivolto con affetto alla moglie Letizia, seduta sul primo banco della chiesa, circondata dai fratelli, dalla sorella e dal padre di Paolo.

“Che cosa possiamo dire a Letizia, cosa possiamo dire al figlioletto Cristian? – ha detto don Raffaele, quasi leggendo nel pensiero della giovane vedova – Letizia nessuno vi abbandonerà, ma le parole da sole non basteranno a consolarvi. Allora noi saremo qui, pronti ad aiutarvi. Voi chiederete al Signore di ritrovare la serenità e la pace, anche se questo dolore pesa come un macigno: l’uomo anela alla felicità e alla pace e solo Dio può darla”.

Anche don Mario Pavone ha voluto dire qualcosa sul giovane lavoratore che venerdì sera si è impiccato nel giardino della propria casa, nello stesso giorno in cui aveva deciso di impugnare il licenziamento che lo aveva gettato in uno stato di sconforto.

“Conoscevo Paolo da quando era bambino, con lui e la sua famiglia abbiamo passato tanti momenti gioiosi, la sua cresima, la prima comunione di sua sorella – ha ricordato don Mario – e poi abbiamo condiviso il dolore del loro momento più tragico, la morte di sua madre, 16 anni fa. Adesso Paolo è con lei, è lei che lo accoglie. E oggi la mia presenza qui ha il significato di volerlo accogliere in questa chiesa, per affidare il suo corpo mortale all’arida terra e affidare la sua anima al cuore di Dio. Caro Paolo: ti auguro di poter vedere la luce, nella luce della gloria di Dio”. Paolo è stato sepolto accanto alla madre.

 

Paolo ucciso dal dio denaro

 

Anche nel giorno dell’addio i familiari di Paolo Cannì hanno voluto ribadire pubblicamente le motivazioni che hanno provocato lo stato di vessazione e profonda frustrazione in cui viveva da mesi il loro congiunto. “Ti vogliamo bene, sei stato un punto di riferimento, un punto di forza per me e per tutti noi – ha detto Bruno Cannì, durante la cerimonia funebre, accanto alla bara di suo fratello – sei stato un modello per la tua forza, la tua determinazione, la tenacia che hai sempre avuto. Sei stato sempre combattivo e non pensare Paolo che questa battaglia l’hai persa, hai vinto anche questa ultima lotta. Che la morte di mio fratello Paolo, sia un monito per tutti coloro che nel mondo del lavoro non hanno ancora trovato il coraggio di rivendicare i loro diritti. Per questa ragione non ti dico addio”. La moglie Letizia ha preso la parola per salutare il marito e chiedergli perdono. “Non siamo noi a doverti perdonare il gesto che hai compiuto, ma dobbiamo essere noi, devo essere io, a chiederti scusa per non aver capito che eri arrivato a un punto di disperazione senza ritorno. Volevo dirti che ti amo e che tredici anni fa ho fatto la scelta più giusta, la scelta perfetta, decidendo di amarti per tutta la vita”. Fra le testimonianze anche quella di un amico di famiglia che ha lanciato strali contro la società del consumo: “E’ la terza volta che partecipo a un funerale di gente che si toglie la vita per motivi di lavoro. Dobbiamo avere il coraggio di dire no a una società affaristica e priva di valori, una società governata dal Dio denaro che non ascolta le più le vere, reali, esigenze dell’essere umano”.

 

Il ricordo dei familiari

 

Liliana Carruba, mamma di Letizia e suocera di Paolo, racconta uno dei tanti episodi del «calvario» di Paolo. «Un mese fa Paolo aveva avuto l’influenza – spiega – quindi era a letto, si era ammalato di lunedì. Sono stata io a portare il certificato di malattia al datore di lavoro il giorno dopo, ma questo signore non voleva prenderlo, ho avuto un battibecco con lui, ed io che lavoro al Comune, gli ho fatto notare che mio genero aveva diritto a presentarlo entro due giorni e che quindi lui per legge doveva acquisirlo e che se non l’avesse fatto, mi doveva sottoscrivere un foglio in cui dichiarava che non lo prendeva. Sono stata io a spuntarla, ovviamente, la legge era dalla mia parte, alla fine il datore di lavoro ha dovuto acquisire il certificato medico». 
Amici e parenti ieri si sono stretti intorno alla famiglia Cannì. «Paolo era una persona dolcissima, gioviale – dice un’amica della coppia – siamo tutti costernati per quanto accaduto, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che la disperazione del marito di Letizia fosse arrivata sino a questo punto». Venerdì mattina Paolo si era perfino recato all’Ufficio provinciale dell’impiego per dichiarare la propria disponibilità a un nuovo lavoro. Il funzionario del centro impiego di Ragusa gli aveva fissato un appuntamento per un colloquio di orientamento per il prossimo martedì 18 gennaio. Colloquio che Paolo non farà mai più. 
«In questi giorni avevo percepito la preoccupazione di mio fratello, ma non pensavo che fosse disperato sino a questo punto – racconta Bruno – eppure lui si dava da fare, aveva la speranza di iniziare un nuovo percorso lavorativo, e aveva speranza di ottenere giustizia nella sua vertenza, altrimenti non avrebbe impugnato il licenziamento e non sarebbe andato a fare un colloquio all’ufficio provinciale dell’orientamento». 
Nell’impugnativa scritta nel giorno in cui si è ucciso Paolo sosteneva che il licenziamento era «illegittimo, pretestuoso e persecutorio e conseguentemente nullo».
«Non si può morire così, non si può morire per il lavoro, a 32 anni», conclude il fratello in lacrime. 

 

Chi era Paolo Cannì

 

Paolo Cannì aveva iniziato a lavorare quattro anni fa in un ipermercato della grande distribuzione di Ragusa nella mansione di addetto ausiliario alle vendite. Era stato eletto rappresentante sindacale aziendale della Uil Tucs di Ragusa il 22 luglio del 2009. Nell’aprile scorso è stato ricoverato in ospedale, avendo iniziato ad accusare, secondo quanto riferiscono i familiari, e attesterebbero alcune cartelle cliniche, problemi di ansia, stress, tachicardia. Il 15 marzo del 2010 Cannì ha ricevuto dal datore di lavoro una nota di «contestazione inadempimento contrattuale invito a controdedurre sospensione cautelare» nella quale si segnalava che lo stesso «si era presentato alla cassa esibendo 5 buoni sconto da Euro 1 ciascuno, registrati e numerati. utilizzabili unicamente per l’acquisto di prodotti […] (la marca del prodotto) e relativi a una campagna promozionale che non aveva ancora visto la distribuzione di tali buoni sconto e per la quale, anzi, il promoter ha ritirato il piano di promozione».
«E’ evidente che tali buoni sono stati sottratti illecitamente per trarne profitto in danno della scrivente e sono pervenuti impropriamente nella Sua disponibilità – si legge nella nota inviata dal datore di lavoro a Cannì – o Lei stesso li ha sottratti per lucrarne illecitamente il corrispettivo in danno della scrivente. Tale fatto costituisce fattispecie di reato che incrina irrimediabilmente il rapporto di fiducia che deve assistere il rapporto di lavoro, rendendo impossibile la sua prosecuzione».
Il 18 dicembre scorso Cannì rispondeva alla contestazione di addebito entrando nel merito. «Non risponde al vero quanto da voi affermato in quanto i buoni sconto della […] sono stati messi a disposizione della promoter al sottoscritto e ad altri dipendenti, nonchè anche ai clienti, i quali hanno utilizzato detti buoni sconto da venti giorni circa. In ogni caso il sottoscritto – ha scritto nella lettera Paolo Cannì – non ha effettuato operazioni di acquisto autonomamente ma, come da voi stesso verificato, si è presentato presso una cassa, la quale tenuto conto delle Vostre disposizioni ha provveduto ad applicare gli sconti».
Con queste lettera di risposta Cannì chiedeva l’archiviazione del procedimento disciplinare che lo riguardava. In un’altra risposta di Cannì alle contestazioni dell’azienda il lavoratore e rappresentante sindacale scriveva che «non si era mai impossessato di merce aziendale, né ha mai posto in essere comportamenti che rappresentano inadempimento contrattuale e di responsabilità lesiva del rapporto di fiducia». Inoltre in questa nota – inviata il 10 aprile all’azienda – Cannì scriveva che alla fine della giornata lavorativa del 14 marzo «per predisporre il lavoro per il giorno successivo provvedeva a svuotare il carrello di servizio, riponendo negli appositi scaffali la merce in essa allocata. Sono stato richiamato e redarguito, accusato di essere un ladro». 
In risposta alle sue controdeduzioni, il 28 dicembre Cannì ha ricevuto la lettera di licenziamento per giusta causa nella quale si fa riferimento «all’ammanco di buoni sconto da lei negoziati a corrispettivo di merce acquistata, stante la irrilevanza e menzognera giustificazione da lei addotta». Nella lettera di licenziamento l’amministratore concludeva che «si fa salvo il diritto di richiedere i danni morali da quantificare nella sede giudiziaria che si intende adire per l’accertamento delle sue responsabilità penali». Il 20 dicembre scorso nella qualità di rappresentante sindacale della Uil Tucs provinciale Cannì aveva sollecitato con una lettera scritta una richiesta di intervento al Comando provinciale dei Vigili del fuoco e al dipartimento Prevenzione e sicurezza ambienti di lavoro per la verifica del rispetto di alcune normative «per la salvaguardia della salute dei lavoratori» nel punto vendita per il quale lavorava.

 

I colleghi di Paolo Cannì: Non possiamo parlare

I suoi colleghi preferiscono non rilasciare dichiarazioni, ma confermano un clima che neanche i neon e i luccichii di un centro commerciale riescono a rendere anche solo un po’ meno plumbeo. «Dicono che abbiamo troppi diritti – rivela un collega di Paolo – sol perché l’ipermercato precedente ci aveva applicato il contratto nazionale. Da quando è subentrata la nuova società, dobbiamo subire in silenzio. Paolo aveva anche il torto di essere un attivista del sindacato. Il suo licenziamento è stato un provvedimento che non si giustificava in alcun modo. Ora lotteremo anche per lui».
A sentire altre storie, i «troppi diritti» si chiamano contratti di apprendistato, contratti part-time, contratti a tempo determinato, contratti inventati dalla fantasia di chi fa le leggi senza aver, forse, mai lavorato davvero un solo giorno.