Cultura
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05/02/2009 17:24

Parlami d’amore. Un nuovo racconto di Un Uomo Libero

di Redazione

PARLAMI D’AMORE é la storia di uno strano viaggio in Italia, rivissuto dal protagonista attraverso gli occhi e la fantasia di chi l’Italia la sogna.  Un amore che progressivamente prende corpo, complice una musica universale, napoletana e no -comunque della prima metà del ‘900-, fino a identificarsi con gli occhi antichi e teneri della madre. Sul filo magico del ricordo, testimone una luna straordinaria e splendida, fra le rovine esistenziali di una Siviglia, intravista appena, decadente e magnifica.

 

 

PARLAMI D’AMORE

 

Prenotai un viaggio a Siviglia. Investigavo i primi anni della scoperta dell’America e dovevo prendere visione di alcuni importanti manoscritti al “Archivo General de Indias”. Alla ragazza dell’agenzia di viaggio raccomandai con insistenza di scegliermi un albergo comodo, possibilmente in centro. Mi rassicurò con un sorriso e un sibillino “vedrà…” Partii una mattina presto da Madrid con un biglietto dell’AVE. Nonostante fossimo in luglio, notai che un golfino non mi sarebbe dispiaciuto sentirlo addosso. Quando scesi dal treno, la stazione di Santa Justa brulicava di operai e di cantieri. La stavano ammodernando, si affrettarono a spiegarmi gli impiegati dell’Ufficio Turistico ai quali mi ero rivolto per cartine e informazioni utili. Uscii sul grande spiazzale della stazione con una piccola valigia in mano, disorientato visibilmente come può esserlo uno straniero. Cercavo di capire dove poter prenotare un taxi che mi portasse fino all’albergo. Non c’erano taxi. O meglio non vidi nessun segnale di fermata. Mi avvicinò invece un uomo basso, non più giovane ma neppure tanto vecchio, e m’indicò l’arrivo di un autobus. Lui stesso salì dietro di me. Capì che stavo cercando un albergo. Ne avevo fatto il nome al conducente del mezzo perché m’indicasse la fermata più vicina. Scese con me e si offrì di accompagnarmi giacché percorreva quella stessa strada. Lo seguii. Mi domandò se fossi italiano. Risposi di sì. Amava molto l’Italia, confessò, anche se aveva visitato solo Milano e Genova mentre avrebbe voluto conoscere anche Roma e Napoli. “Chissà, qualche volta succederà!” Aggiunse con un grosso sospiro. M’indicò l’albergo, mi strinse la mano forte e mi augurò un felice soggiorno.

Era la seconda volta che andavo a Siviglia. La prima volta c’ero stato molti, moltissimi anni fa. Un viaggio organizzato e una visita troppo veloce per una città così ricca di monumenti e di storia. L’avevo a lungo sognata, bambino, incantata, dal clima dolce e i minareti d’oro, assolata e lontana. Niente di tutto questo purtroppo. Guardai l’albergo con sorpresa. Un edificio nuovissimo nel cuore più antico del centro storico. Le architetture, espressioni della più moderna avanguardia, litigavano sulle pupille dei miei occhi con le linee austere degli antichi palazzi che conservavano memorie dolorose e custodivano terribili storie di uomini.

Alla reception mi avvertirono che proprio quella sera la struttura sarebbe stata inaugurata dalle autorità locali e, pertanto, mi pregarono di usare, solo per quella notte, un’entrata laterale. La camera era splendida, l’interno dell’albergo elegante e magnifico. Lasciai la valigia e subito mi diressi all’archivio. Resistetti alla tentazione di mettermi in fila per visitare la celeberrima cattedrale. Il palazzo dell’archivio era ubicato quasi di fronte ad essa. M’informarono che da alcuni anni l’archivio non era più conservato là ma era stato trasferito in un antico stabile contiguo, avendo mantenuto la sede storica solo come edificio di rappresentanza. Questa volta mi lasciai condurre dal solenne scalone di marmo che m’introdusse in un vasto corridoio loggiato con, alle pareti, altissime vetrine chiuse a chiave dentro le quali scorsi vecchi libri di pergamena che erano stati diari di bordo, raccolte di antiche carte geografiche, cronache di mare. Nel salone degli Atti, confuso tra pitture e marmi, un mezzo busto dorato di Cortés. Una targa minuscola, sulla base del piedistallo di gesso, m’informò che quella era solo una copia. L’originale lo custodivano i suoi eredi, rampolli di un’antica famiglia siciliana. La Sicilia ancora una volta ritornava protagonista involontaria di un mio viaggio. Discesi in fretta le scale non riuscendo a capire come lo spirito di Cortés avesse fatto ad approdare anche nella mia bella isola. Mi ritirai in albergo dopo un pranzo veloce a base di rustici, consumato presso una delle tante caffetterie del centro. Mi distesi sul letto e m’imposi di dimenticare Cortés, il Nuovo Mondo, la Sicilia, Siviglia, decadente e cialtrona.

Sicuramente dovevo essere molto stanco. Mi addormentai per un numero imprecisato di ore. Mi risvegliò l’eco lontana di un grande bailamme. Mi affacciai a una finestra che dava sul patio e mi resi conto che la cerimonia era già in atto. Mi rivestii e pigramente discesi le scale. Tanta gente elegante. Un signore leggeva una memoria. Fu scoperta una lapide fra gli applausi e i cori dei presenti. Mi rifugiai in una piccola hall a lato dell’altra più importante nella quale si festeggiava l’evento. Subito dopo gli applausi, il salone ristorante spalancò le sue porte e i tavoli del buffet furono velocemente saccheggiati. Si calmò il brusio intenso. Quasi un silenzio. Ordinai una birra fredda e mi sedetti su un divano centellinandola. Mi notò il pianista. Guardandomi con molta curiosità e insistenza, si spostò al piano e cominciò a suonare. Solo per me. Finsi di non seguirlo ma la sua arte era veramente notevole. Continuava a sorridermi. Vinsi così le mie resistenze, mi alzai e mi appoggiai alla coda dello strumento.

-Hola! Usted es italiano, verdad?- Mi chiese in un castigliano corrotto dal sole dell’Andalusia.

-Sì – Risposi timido.

-Sono stato molti anni a Napoli. – Proseguì in un buon italiano. – Facevo lo stesso mestiere…suonavo in un famoso e storico caffè del centro. – Mi sorrise con uno sguardo amico.

-Ah! – Commentai non trovando parole.

Attaccò un pezzo famosissimo “Anema e core”. I suoi occhi brillavano mentre le sue mani si perdevano nella passionalità del pezzo.

-E´una canzone del maestro D’Esposito, la compose a Sorrento…- Mi spiegò.

Attaccò nuovamente un altro classico del repertorio napoletano.

-Core ‘ngrato…- Dissi io. -Una tra le piú struggenti canzoni napoletane. –

-Sì. Però non è napoletana…- Precisò lui.

-Come? – Domandai, perplesso.

-É  una canzone autobiografica. Le parole sono di Sisca, soprannominato cuore di ferro, e la musica è di Cardillo. Erano emigranti entrambi. La composero nel 1911 a New York. – Sorrise divertito.

Incassai il colpo. Guardavo estasiato le sue dita che a volte volavano sulla tastiera mentre a volte si lasciavano pigramente condurre dalla musica. Fece capolino da una preziosissima tenda un signore. Basso, un poco obeso, con due baffetti grigi e una barbetta tutta bianca, molto stempiato. Poteva avere più o meno settant’anni. Si sedette su una poltrona davanti a noi, attirato dalla musica.

-Venga!- Lo invitò il pianista, fra una fuga e l’altra, con un veloce gesto della mano. Lui accettò molto di buon grado. Si appoggiò alla coda del piano come avevo fatto io.

-Amo molto la musica napoletana. – Confessò subito. – E appena l’ho sentita suonare, seppur distratto dalle chiacchiere della gente, ho lasciato tutto per venire ad ascoltarla. –

Il pianista sorrise.

-A lei piace pure, non è così? – Mi chiese con molta affabilità.

-Sì. – Risposi, senza parole.

-Il signore è italiano. – Lo informò il pianista.

-Ah, che meraviglia!- Esclamò lui, con un’espressione di gioia sul viso. –E di dove?-

-Del Sud. – Mormorai. –Sono siciliano.-

-Quindi Napoli!- Concluse l’uomo, trionfante.

-Beh, non proprio. – Precisai.

Dalla stessa direzione arrivò, dopo qualche istante, una signora apparentemente della sua stessa età.

-Ma dove diavolo ti sei cacciato?- Lo rimproverò. Poi, guardandoci, mitigò il tono del suo disappunto e abbozzò un sorriso. – Tutti ti cercano.-

-Lasciali andare. – Fece l’uomo. – Qui sto meglio.-

La donna si appoggiò al suo braccio.

-Il signore è italiano, viene dal sud, dalle parti di Napoli…-

-Encantada!- Rispose lei e mi porse la sua mano con una gioia evidente negli occhi.

-Il pianista conosce molto bene la musica napoletana e al signore piace molto. Sta suonando per lui.– Le spiegò.

-Oh, anche a voi piace. Il pianista suona anche per voi. – Provai ad aggiungere io, imbarazzato.

-Sì, ma per lei è diverso.- Obiettò la donna. – Come vorrei poter parlare bene la sua lingua per cantare correttamente queste canzoni del cuore!-

Si strinse al braccio del marito con una tenerezza commovente.

-Molti anni fa, quando eravamo due ragazzi, c’innamorammo al suono di queste canzoni e di questa musica e, quando ci sposammo, ho voluto passare l’intera luna di miele a Capri. A quei tempi non avevamo molti mezzi. La Spagna viveva un periodo di grande autarchia. Anche se le nostre famiglie appartenevano alla piccola borghesia, per accontentarci, i nostri genitori dovettero fare molti sacrifici. Lui – e indicò il marito- aveva vinto, nel frattempo, una borsa di studio che gli consentì di passare qualche mese a Roma e così combinammo. L’Italia risorgeva dalle macerie di una guerra crudele. A Roma si respirava già l’aria della dolce vita. Fu un tempo magico. Proprio a Capri, dove ritornammo più volte nell’occasione di quel soggiorno, sono sicura che concepii il primo dei miei figli.-

L’uomo la guardava con occhi trasognati, mentre lei raccontava anche la sua vita intima con un pudore e un’eleganza che mi mettevano a disagio.

– Sa, – concluse – ormai è grande ed anche lui ha figli, ma tutte le volte che lo guardo è come se i suoi occhi mi riportassero a quei paesaggi lontani. E ama tanto l’Italia, anche lui…che strano!- Cominciò a canticchiare, tra una lacrima e l’altra, i brani che il pianista via via eseguiva.

La guardai con molta simpatia. Mi ricordò mia madre. I capelli color grigio cenere raccolti in un’unica treccia a tupè sulla nuca, gli occhi profondi e acquosi, straordinariamente espressivi, la voce intonatissima. Nelle sere d’estate, sotto una splendida luna, sulla grande terrazza della casa di campagna, anche lei cantava per mio padre le canzoni della sua vita e sempre, qualcuna, ne alterava la melodia e la voce. Interrompeva il pezzo, asciugava una lacrima. A volte era Rondine al nido, spesso era Parlami d’amore Mariú o Vento.

Venne a un tratto un giovane signore molto distinto che li cercava. Era il figlio. La signora me lo presentò con orgoglio.

-Grazie per questa splendida serata. Per un attimo l’ho sentita come un figlio mio al quale dovevo raccontare quella parte di me che non sapeva.- Concluse lei, abbracciandomi, prima di congedarsi.

La ringraziai anch’io, ci salutammo. Andarono con lui.

Ero strano. Uscii sulla strada. Una Siviglia deserta, quasi addormentata mi accolse con le sue rovine e con i suoi silenzi. Anche in quella notte la luna era alta e straordinariamente luminosa. Guardai con tristezza la porta dell’albergo da cui la coppia con il figlio era uscita. Mi mancavano.

Un Uomo Libero