di Redazione
Una chiesa frantumata in movimenti, dove qualcuno si è fabbricato un Cristo a suo uso e consumo e l’ha messo in croce come più gli conveniva. Il vangelo, la memoria di un mistero mai spiegato. I vangeli, la catechesi. Una chiesa che perde valori per strada. Una chiesa che non impone i suoi valori, la sua fede, ad una società pluralistica. Una Chiesa dispersa nel labirinto dell’ethos.
Un articolo di Un Uomo Libero
Socrathe
A chi si chiede la ragione della propria speranza San Pietro già in una famosa lettera dà la sua unica ed incontrovertibile risposta: il Cristo Crocifisso e Risorto, il Signore. Una sola la fede, una sola la speranza alla quale siamo stati chiamati. Il Risorto, dunque. Non come approdo delle umane certezze ma come principio e fine delle cose, alfa ed omega. “Parola” pronunciata in tutta la sua pienezza dal tempo della creazione. Ma anche “Parola” che si spezza e che si fa spezzare. Il Cristo rivisitato da Paolo attraverso un inno della primissima chiesa come agape. Non eros, non filìa ma agape. La terza grande dimensione dell’amore, senza della quale non c’è Chiesa e non c’è Cristo. Agape dunque. Carità che si fa dono. “Parola” che si offre e che s’incarna. Comunione orizzontale tra fratelli nell’unico nome: il Nome di Gesù di Nazareth. Umiliatosi per noi fino alla morte e alla morte di Croce. Ci ricorda ancora Paolo. Le lettere di Paolo costituirono per un buon periodo di tempo quel corpus necessario per istruire e santificare una chiesa che testimoniava, a volte nella segretezza e nel buio di un rifugio improvvisato, la propria adesione al Cristo. Ma non bastarono. Fu forte l’esigenza di scrivere delle memorie che, adattate a quelle chiese primitive, ne guidassero con più ricchezza e ispirazione le scelte e gli orientamenti. Nacquero i Vangeli. Parole di annunzio per istruire masse sempre più folte di persone che abbracciavano, toccate dalla Grazia, il nuovo Credo. Memorie ho scritto. Nient’altro di più. Vere e proprie catechesi che volevano aiutare, con una didattica semplice e diretta, la comprensione ardua di un mistero. Alla comparazione sinottica i testi sacri presentano discordanze, reticenze. Differenti strutture che non si capirebbero se non fossero considerate come tali: puri e semplici catechismi. E la scrittura e la tessitura, quindi, necessariamente tenevano in conto le comunità che ne dovevano beneficiare. Il vangelo di Marco per esempio, scritto tra Roma e Benevento, era destinato ai “pagani”. Pertanto marcava molto l’aspetto miracolistico tanto caro ai romani, abituati ed avvezzi a maghi e illusionisti. Il vangelo di Matteo voleva invece dimostrare agli ebrei, ai quali era destinato, come Gesù di Nazareth fosse quell’uomo tanto atteso dalle scritture e s’innestasse in Davide. Quindi tutt’altro tono ed altro stile. Mentre il Vangelo attribuito a Giovanni, più tardo, vuole rispondere a dubbi che già serpeggiavano fra le coscienze della prima chiesa. In principio era il Verbo. Verbo come Parola di Dio. Parola che s’incarna nella Storia. E siamo ritornati, dunque, alla parola: strumento e rivelazione della fede. Ma proprio la parola nel tempo, attraverso i secoli, è stata la vera responsabile di un travisamento del Cristo, di una sconfessione del Signore, di un abuso vergognoso della sua croce, strumentalizzata e ostentata come arma per disorientare e annientare il mondo. Un simbolo di morte convertito in simbolo di salvezza dall’amore di un Uomo, riconvertito dall’ottusità di altri uomini nella sua prima ed offensiva dimensione. Che cosa ha causato tutto questo? Semplice: il non capire veramente la parola di Gesù di Nazareth. L’ignoranza del suo messaggio, vissuto non come cammino profetico di salvezza, metanoia, ma come ridicolo paravento alla propria paranoia.
Da tempo rifletto su questo. Mi guardo intorno per tentare un’analisi e mi chiedo se la mia chiesa cittadina abbia capito la “Parola” del Signore e se l’abbia dispensata ai fedeli con l’affanno e la preoccupazione di una madre. E non riesco a darmi una risposta perché non trovo risposte. Una voce, tempo fa si levò, in quella calma piatta che come nave stentava a trovare la sua rotta. Coraggiosa e appassionata. Era la voce di un umile pastore metodista. Un fratello che non era “cattolico” ma che cercava veramente il Signore e forse lo aveva incontrato. Fu tra noi. Dato e non concesso. Umile ed intelligente. Straordinariamente profondo nella conoscenza. Pietoso fino all’inverosimile nella discrezione e nel silenzio. Partì, non senza prima avere seminato semi di speranza, verso la sua America lontana e, dopo lui, più nulla. Ho sentito grida invece. Tante. Da tutte le parti. Parole scomposte, sconsiderate, prive di quell’unzione che richiede la fede. Grida che inseguivano solo uomini e cose e per questo non raggiunsero il cielo. E per questo non furono ascoltate. La Chiesa locale ha continuato a navigare in un grande marasma dove ognuno ha fatto quello che ha voluto. Dove qualcuno si è fabbricato un Cristo a suo uso e consumo e l’ha messo in croce come più gli conveniva. Dove le più elementari qualità cristiane sono state sostituite con indiscreto zelo e falsa condotta. Secche queste, nelle quali la fede continua a sprofondare e a soffocare giorno per giorno. Vario ed articolato, ancora oggi, il campionario delle sacre specie. Dai pastori che organizzano le proprie conventicole a chi gioca, come bambino cresciuto, con le cose sante di Dio. Una chiesa frantumata in movimenti, gruppi e robe varie, più o meno in guerra tra loro che non può e, di fatti, non è immagine del Signore. E’ grave contro testimonianza. E’ crocifiggerlo ancora. Che cosa sono diventate oggi le nostre parrocchie? Realtà spente. Ghetti dove parcheggiare, a volte, malinconie e solitudini. E a nulla valgono le bontà ostentate e pelose perché non hanno cittadinanza nel regno di Dio come non la ebbe il fariseo. Né la presunzione della propria dottrina comporta il rispetto “dovuto” dalla dottrina degli altri. A chi vuole imporre il proprio vantaggio starnazzando come anatra alla porta del vicino dico che dichiara il proprio limite e confessa il proprio peccato. Questo è il vero grande problema di una chiesa locale che pur di rimanere a galla e sulla cresta dell’onda ha incoraggiato il miracolismo, un’esasperata devozione ai santi, una malintesa venerazione alla Vergine, pregata come dispensatrice di grazie a personale uso e consumo, anziché come Madre della Grazia. L’Eucarestia celebrata come momento privilegiato, intimistico e personale più che occasione di comunione e di preghiera collettiva. Che fare? La preghiera prima di tutto ma anche la coraggiosa denuncia.
Che la Vergine Addolorata, ci aiuti, come popolo cristiano a ritrovare il cammino della vera fede prima che l’Angelo dell’Apocalisse ci vomiti dalla sua bocca.
Un Uomo Libero
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