Cronaca
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04/05/2011 16:14

Pasqua e Pasquette

Ai tempi della mia infanzia la Pasqua a Scicli cominciava nelle famiglie il sabato notte precedente al rito della benedizione delle palme

di Un Uomo Libero

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Baci di Pasqua a Scicli
Baci di Pasqua a Scicli

Scicli – La vita degli uomini spesso si conta a primavere. A Scicli si conta a Pasque. La Pasqua ha avuto un ruolo speciale nella vita sociale della città più che nella sua vita intimamente religiosa. Forse per la mai taciuta e mai dimenticata presenza ebraica. Forse per il bisogno di uscire dai rigori dell’inverno e abbandonarsi ai tepori di una primavera indolente, tipica del nostro clima mediterraneo, caratterizzata dalle dolci e oppiacee atmosfere, dalle magiche trasparenze bucoliche per le quali l’ombra duetta con la luce nel tracciare il lungo e faticoso percorso dei ricordi.

Su tutto e su tutti incombe il sanguigno baccanale di un Cristo “vivo” che sintetizza e incarna questo ritorno alla vita. Un Cristo che non si sa bene come quando e perché sia  diventato la coscienza e l’icona di un popolo che si ribella a una schiavitù concertata tra le mutevoli classi di una borghesia potente e una chiesa pachidermica, affiliata ai temporanei gestori del potere. Su tutto e su tutti lo sguardo alienato di un’aristocrazia spregiudicata, distante e lontana.

Una data certa forse c’è nella quale il Risorto di Scicli si trasformò da simbolo della vittoria del bene sul male a capopopolo, da Figlio di Dio e immagine di Dio stesso a Uomo Vivo, a promessa tangibile di una riscossa sociale che il socialismo della seconda metà dell’Ottocento prometteva e annunciava. Riscossa da più parti temuta, da molti agognata e mai, in effetti, raggiunta.

Mio nonno, giovane testimone dei primi anni del nuovo Regno d’Italia, raccontava a mio padre di una rivolta operaia verificatasi in Scicli negli anni ottanta dell’Ottocento proprio nel giorno di Pasqua. La proficua e intelligente opera di Francesco Mormina Penna aveva contribuito a sviluppare all’interno della classe operaia della città una coscienza nuova che, negli ultimi anni del secolo, darà vita alla sezione locale del “Fascio siciliano dei lavoratori “.

“I figli del lavoro” in quell’occasione, approfittando del cantiere che aveva occupato gli spazi dei demoliti magazzini del grano del Conte di Modica per fare posto all’odierno palazzo Busacca, avevano inscenato una violenta sassaiola contro le forze dell’ordine nel tentativo di vedere accettate alcune delle rivendicazioni che da tempo avanzavano senza nessuna concreta e seria risposta.

Mio nonno fu trattenuto in caserma con molti altri e in seguito rilasciato.

Il giorno di Pasqua, dunque. I figli del lavoro scelgono il giorno di Pasqua per rendere pubblico un dissenso annunciato, per dare vita a una protesta sotto la guida di un condottiero speciale, di un nuovo Masaniello che sventola impunemente una bandiera proibita e non teme né il carcere, né la morte, perché lui la morte l’ha vinta e il carcere non ha più catene per incatenarlo.

Da sempre questo racconto mi ha fatto riflettere e ho pensato che sicuramente quella data segna l’inizio di un processo sociale che ha scelto come guida e condottiero non un uomo qualsiasi ma un uomo particolare, dal fascino riconosciuto e universale, dal socialismo autenticamente incarnato nella Storia senza equivoci o compromessi.

Ai tempi della mia infanzia la Pasqua a Scicli cominciava nelle famiglie il sabato notte precedente al rito della benedizione delle palme con il canto del caratteristico “lamento”. Il popolo si riuniva con la banda musicale e, fermandosi in tutte le edicole votive della città che esponevano un’immagine della Vergine Addolorata, cantava una canzoncina. Successivamente, nel seguente pomeriggio, si portava in processione tra ceri, ex-voto e penitenti in preghiera il fercolo della Vergine Addolorata. Immagine oggetto di grande devozione, dal culto molto diffuso e radicato non solo tra il popolo sciclitano ma anche in tutto il circondario dell’antica contea di Modica. Una processione antica alla quale San Guglielmo, nei panni di un umile nazareno, aveva partecipato personalmente caricando sulle sue spalle una croce di cipresso che ancora oggi si venera nel “passo”, ricoperta d’argento e di reliquie.

La Settimana Santa proseguiva poi il lunedì con la celebrazione di un secondo “lamento”, vigilia di un’altra sentita e devota processione. L’Addolorata di San Bartolomeo, per l’appunto, detta volgarmente della “vera cruci” o “ra Maronna ro vientu”.

La Pasqua aveva una volta odori, sapori, profumi che stordivano. In casa, per le strade, nei vicoli, nei laboratori di pasticceria e nelle bettole di cui la città era piena.

Se da una parte la Settimana Santa imponeva un’austerità gastronomica particolare dall’altra la Pasqua e il suo tempo erano caratterizzati da un fervore e da una varietà di pietanze che facevano di questo periodo la fine di un’attesa per una felice e gustosa riconciliazione con la vita.

Spesso mi chiedevo da giovane perché la Domenica delle Palme mia madre di buon mattino cuocesse i ceci, messi a mollo nell’acqua il sabato precedente. Sempre lo stesso sabato metteva a bagno nel vino anche delle fette di pane raffermo per poi passarle nell’uovo e servirle, dopo averle fritte in abbondante olio, croccanti e profumate, spolverizzate di zucchero e cannella o verniciate di vino cotto o miele.

Cibo povero, in linea però con la tradizione cattolica più austera e autentica che richiedeva digiuno e penitenza ed esortava a “non cammaràrisi” cioè a non fare uso di carne e latticini nei giorni proibiti.

Dovevo venire a Madrid per ottenere la risposta che mia madre non seppe dare mai ai miei numerosi perché, trincerandosi dietro un semplice: “Mia madre lo faceva e prima ancora la madre di mia madre e così continuo a fare anch’io”.

I ceci sono, infatti, l’ingrediente principale del “cocido”, il piatto spagnolo dei poveri più noto dopo la paella, sicuramente il più antico.

Il “cocido” era il caratteristico “sciurnàtu”, portata unica insostituibile nel menu delle nostre osterie. A esso si accompagnavano affollati “tocchi”, bevute di gruppo caratterizzate dal ripetuto passaggio del boccale di vino da una bocca all’altra. Tolta la carne in tempo di Quaresima per non incorrere nelle ire della Santa Inquisizione, attenta come non mai, che cosa restava di questo piatto antico e nutriente? Restavano i ceci, da sempre considerati con le fave come la carne dei poveri.

Altra storia per le fette di pane raffermo. Mia madre non sapeva il loro vero nome.

Le “torrijas”, così si chiamano, sono un piatto castigliano antichissimo. Le troviamo menzionate in documenti del 1500 già. Per la loro forma molto simile a una bistecca erano anche queste un abile surrogato visivo della carne. A Madrid e in tutta la Castiglia le torrijas sono diventate ormai delle vere e proprie leccornie. Il procedimento per prepararle è tuttora sostanzialmente identico a quello che adottava mia madre.

La Settimana Santa era un tempo di grandi preparativi in casa. Si rinvasavano le clivie già fiorite per darle a padre Augi che le usava per adornare il sepolcro durante il Giovedì Santo nella chiesa di San Giovanni Evangelista. Il venerdì santo invece padre Augi disponeva i vasi tutti intorno all’urna col Cristo morto e al baldacchino della Vergine Addolorata. Un’antica abitudine, questa, del tempo delle monache benedettine. Padre Augi riproponeva anche l’antico “pignatieddu” secondo la segreta ricetta delle suore. In un piccolo recipiente di terracotta, su un fornello alimentato a carbone posto in un angolo del nartece, bollivano erbe, essenze aromatiche e spezie. Spargevano nella mitica e sfarzosa atmosfera mozzafiato della chiesa di San Giovanni Evangelista un profumo di paradiso che da sempre ho accomunato con la morte. Si preparavano poi con stoppini olio e acqua centinaia di bicchieri (lampe) che illuminavano nella sera del Giovedì Santo di una luce calda il volto senza più lacrime, di fanciulla, pietoso e rassegnato, della Vergine Addolorata. Più che una statua, l’Addolorata di San Giovanni Evangelista era stata una vera e propria icona per la Scicli di fine Ottocento. Si portava in processione con molta devozione il Venerdì Santo ed era la processione del silenzio. Un tamburo solo precedeva la croce. Vi partecipava tutta la nobiltà in gramaglie. Con i loro gioielli le signore aristocratiche adornavano per un giorno il petto e il volto della Vergine. Il baldacchino che custodiva la sacra immagine seguiva l’urna del Cristo morto, entrambi portati a spalla da giovani, studenti di solito. Da qui l’appellativo di ’”Addolorata degli studenti”.

La mattina del Sabato Santo era già un profumo di cassatine di “tuma” e ricotta (formaggi molli che il casaro aveva portato qualche giorno prima) aromatizzate con buccia di limone e cannella. La mollica di pane era tostata con prezzemolo e aglio. Con essa si impanavano, per saltarle in padella, le due metà della testa dell’agnello la cui carne era stata già nascosta nell’”impanata”, nel pasticcio cioè che sarebbe diventato il boccone più prelibato della cena del sabato santo, la vera cena pasquale. Le teste dell’agnello erano un vero e proprio ghiotto antipasto per noi bambini, da consumare nel tardo pomeriggio come spuntino al ritorno della “caduta della tilata”, lo svelamento dell’immagine del Cristo Risorto. Secondo l’antica disposizione canonica poi riformata, lo svelamento avveniva a mezzogiorno del Sabato Santo in Santa Maria La Nova.

Alla fine di una liturgia, si faceva scivolare, infatti, la lunga tela, dipinta con storie della Passione, che nascondeva dentro il presbiterio il “Gioia”. Molte volte allo svelamento seguiva una prima “uscita” della statua.

Allo scampanio festoso delle campane della resurrezione, decine di colombe guadagnavano il cielo e noi, bambini, facevamo il “crisci crisci”, un salto per il quale, come ho detto prima, si aggiungeva un anno alla nostra piccola età e si guardava al cielo con minore innocenza dell’anno precedente, cercando più nel Cristo di legno che non nelle nuvole strane del giorno il significato di una domanda, di un dubbio, di una tradizione che ammette solo certezze e dà risposte che sono silenzi.

Allo svelamento assistevano soprattutto gli uomini. Le donne restavano in casa a faticare sui fornelli. Si tirava il collo al gallo per il brodo con “i tagghiarìni”(1). Si spennava l’animale, si puliva, si disossava, si preparava il ripieno con cui farcirlo (interiora triturate, saltate in padella con aglio e prezzemolo, impastate con mollica tostata o riso bollito). Si davano gli ultimi ritocchi al pranzo di Pasqua che vedeva riunita tutta la famiglia patriarcale al completo. La domenica di Pasqua tutti presenti e con abiti nuovi all’uscita del Venerabile. Il Santissimo Sacramento, sotto un prezioso baldacchino, era portato in solenne processione per le vie del paese tra canti, scampanii festosi e allegre marcette. Era questo un appuntamento irrinunciabile e si svolgeva in un clima di profonda fede. Due stendardi enormi, ricamatissimi e pesanti, sorretti da uomini della città particolarmente dotati di forza all’inguine e ai fianchi, aprivano la processione. Si assaggiava la prima granita, si gustavano i primi pezzi duri (2) Noi bambini succhiavamo “bomboloni” o sgranocchiavamo agnelli di zucchero. Al rientro del Venerabile, le donne anziane ritornavano a casa per preparare il pranzo. Gli uomini, le ragazze, i giovanotti e noi bambini, tutti eravamo galvanizzati dall’uscita del Gioia. Terrorizzati da un fuoco d’artificio potente “a maschiata” (dal valenciano masclete). I giovanotti si mettevano sotto la “vara” per dimostrare alle loro belle una potenza virile che cercava in quell’occasione la sua prova del nove. Loro, le ragazze, castigate nel vestire ma audaci negli sguardi, andavano fiere delle prodezze dei loro baldanzosi spasimanti.

Il pane di Pasqua fatto la mattina del sabato santo, di buon’ora, era il pane dei poveri. Si faceva la classica ‘nciminàta”, un pane molto lievitato che si manteneva commestibile per un lungo periodo. Si regalava a chi nel pomeriggio avrebbe bussato alla porta nel segno di una corretta carità cristiana. Alla ‘nciminàta si aggiungeva la colomba pasquale fatta di pasta di pane e con diverse uova sode incastonate tra le ali e il petto (nella catalana Barcellona si fa qualcosa di molto simile, si chiama la “mona di Pasqua”). Si confezionavano diverse colombe con il pane benedetto. Per noi piccoli, per i grandi. Queste colombe si mangiavano poi insieme con gli avanzi durante la scampagnata di Pasquetta.

Dopo la lunga gozzoviglia con il Cristo in balia dei portatori, il lunedì dell’angelo spesso mostrava una città quasi deserta, pigramente abbandonata al sonno. Anche il sole a volte si negava tra le nubi, complice nel voler prolungare il tempo dell’ozio tra le fresche lenzuola. Le diafane penombre dei palazzi invadevano il Corso mentre i loro mascheroni di pietra aggredivano i rari passanti nell’ingenuo tentativo di spaventarli e così proteggere un silenzio necessario e catartico.

Nella tarda mattinata i carri e le poche automobili incominciavano a muoversi per trasportare i dionisiaci baccanti della notte verso mete bucoliche molto più rilassanti e prosaiche.

Le campagne, di solito silenziose, ora si riempivano di grida festose, di gente allegra che cercava un meritato riposo dopo gli eccessi e le euforie della festa. I rami protesi degli alberi si trasformavano con delle corde in allegre altalene. Si stendevano bianchi lenzuoli per ricchissime colazioni sull’erba.

A pasquetta si “facevano” soprattutto le “entrate”, si rendevano ufficiali, cioè, i fidanzamenti.

Turi e Maria si promisero amore eterno in un lunedì dell’angelo di tanti anni fa. La scampagnata era servita, come un tempo usava, alle due famiglie per conoscersi e organizzare concretamente le nozze. Ma non ci furono nozze.

Turi partì soldato. Lo mandarono in Russia e da lì non ritornò mai più. Né si seppe mai la sua fine. “Disperso” comunicarono alla madre, mia zia, che malinconicamente vestì i panni del lutto.  Maria no, non volle credere mai a quest’ ambigua verità. Lo aspettò per tutta la vita, senza volersi rassegnare a vedere il suo sogno d’amore infrangersi sulle rive ghiacciate del Don. Lo aspettò anche quando ormai le sue mani di vecchia tremavano e le pupille dilatate si smarrivano nel dramma del ricordo. Lo aspetta ancora ogni pasquetta, sotto il grande e frondoso carrubo della nostra casa di campagna, dove l’amore nacque e dove lui la baciò per la prima volta. Il suo spirito alberga nei rami e nelle penombre, mormora insieme allo stormire delle foglie un’antica canzone, la stessa di quell’indimenticabile giorno che sicuramente lui portò come ultimo ricordo di lei nel suo cuore.

A Scicli, affermavo prima, la vita scorre tra una Pasqua e l’altra, tra una pasquetta e l’altra. Io sono cresciuto, sono pure invecchiato, i drammi del passato nel frattempo sono diventati fantasmi, storie, ricordi, pagine scritte cui la morte non ha osato porre mai la parola “fine”.

 

(1) pasta impastata con uova e tagliata in strisce sottili.

(2) uno squisito gelato confezionato come una torta e tagliato a fettone. Da qui il “pezzo duro”.