di Redazione
POTENZA – Realtà, questa illustre sconosciuta. Un gioco degli equivoci, una fitta trama di misteri, uno spettacolo dai risvolti imprevisti. Dipingere o scolpire la realtà non è un’operazione di facile retorica, perché può sfociare nella rappresentazione “sincera” dei fatti, come può rincorrere un’aura di magia ideale, può filtrare ansie sociali e politiche, e può esprimere un disagio esistenziale. E la realtà diventa tutt’altro che di facile e immediata comprensione, sempre più in balia di umori, estasi, malcontenti o euforie degli artisti. Lo racconta la bella mostra “L’enigma del vero. Percorsi del realismo in Italia 1870-1980”, visitabile fino al 15 febbraio alla Galleria Civica di Palazzo Loffredo. Sotto la cura di Laura Gavioli sfilano circa cento opere di altrettanti artisti con l’obiettivo di esprimere l’evoluzione della cultura figurativa italiana dagli ultimi decenni dell’Ottocento, fino agli anni Settanta del Novecento, per poi aprire anche una parentesi sull’indagine fotografica e sul suo rapporto con la pittura.
Un tema cruciale, quello del realismo, che prende spunto da una sorta di filosofica equazione: “E’ risaputo – dice infatti la curatrice – che due artisti di fronte alla stessa scena o a una composizione realizzano due diverse rappresentazioni a causa della personale interpretazione, dell’elaborazione soggettiva che ognuno compie del dato reale attraverso numerosi condizionamenti, sia interni alla propria origine e cultura, ma anche relativi al proprio bagaglio tecnico, all’educazione scolastica, all’affinamento del gusto”. E il percorso si articola in cinque sezioni, ciascuna con una sua distinta curatela, dedicate ad una specifica fase cronologica. A indagare la realtà attraverso una ricerca sincera, del tutto antiretorica, lontana da grandiosità storiche o religiose, a immortalare cioè i fatti “come si erano effettivamente svolti” pensano gli artisti tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, primo fra tutti il macchiaiolo Giovanni Fattori. Dice Stefano Fugazza, curatore della prima sezione, “Quando Fattori si propone di rappresentare la vita della campagna, si muove in una direzione antiretorica, come è dimostrato dal dipinto degli anni 1870-1875 ‘Buoi e bifolco in riva all’Arno’ che adotta una veduta dell’Arno in diagonale con quinte di grandi alberi. In un paesaggio che ha del maestoso, i buoi e il contadino convivono, eroi di un’epica quotidiana riscattata dalla fatica paziente e dallo spirito di sacrificio; è anzi singolare che la figura umana quasi scompaia in questo scenario dove invece gli animali e le piante assumono maggiore rilievo”.
La sfida ad una purezza realistica antiretorica, votata a captare i valori più alti del naturalismo evitando qualsiasi connotazione esuberante, diventa la cifra stilistica di grandi personalità come lo scultore napoletano Vincenzo Gemito, in mostra col capolavoro del “Pescatorello”, simbolo quasi di questa “sfida” tematica, e ancora il pittore romano Antonio Mancini e l’abruzzese Francesco Paolo Michetti, dotati di una notevole abilità tecnica e di un colorismo vivo e drammatico, il pittore pugliese Gioacchino Toma, emozionante nel suo intimismo sommesso e autentico de “L’onomastico della maestra” del 1878, Giuseppe Pellizza da Volpedo e Nomellini, che declinano il virtuosismo divisionista postimpressionista su atmosfere d’impegno sociale, fino ad arrivare ai primi anni del ‘900 con il forte e prorompente linguaggio figurativo di Balla e Sironi, con l’estro ad un passo dallo sfarzo decadente di Sartorio. Tra gli anni Venti e la fine della seconda guerra mondiale ecco intersecarsi sul filone del figurativismo correnti, come il Realismo magico, Novecento e anti Novecento, dove permane l’idea classica dell’immagine fatta di grandi forme statiche, di estrema semplicità e allo stesso tempo severità, tutte inserite in uno spazio prospettico rigorosamente geometrico ma basate sull’assoluto equilibrio dei cromatismo. Opere che, però, sono pervase da un’atmosfera di fredda malinconia, di cupa inquietudine. Lo testimonia la scuderia di artisti sotto la cura di Giovanna Caterina de Feo, da Ferrazzi, a Dudreville, Guidi, Oppi, Socrate, Levi, Morandi, Donghi, Manzù, Martini, Messina fino a Casorati, Pirandello, Severini e Sassu.
Il secondo dopoguerra, quando il realismo flirta vistosamente con l’ideologia, sembra essere interpretato bene dalla famosa frase di Renato Guttuso “tempi pericolosi ma straordinari”. Come avverte il curatore Valerio Rivosecchi sarà l’esempio del capolavoro di Picasso, “Guernica”, esposto nel padiglione spagnolo dell’Esposizione Universale di Parigi del 1937, ad agire come modello formale e soprattutto etico, condizionando gli sviluppi stilistici di pittori che hanno ormai la statura di caposcuola, come Guttuso e Birolli. “Nella vitalissima pittura degli anni quaranta – dice Rivosecchi – la rottura degli schemi formali del Novecento italiano “avviene attraverso molte strade, che si estendono da Cézanne alla libertà cromatica dei fauves, all’espressionismo austriaco e tedesco. Deve molto all’espressionismo il Mendicante, dipinto da Guttuso nel 1944, carico di colore e di passione, perché, in fondo, al di là delle riflessioni teoriche e delle definizioni stilistiche, il tratto più convincente della pittura di questi anni di guerra è proprio nell’energia vitale che sprigiona, reazione a uno shock emotivo che costringe gli artisti ad uscire dagli studi e a guardarsi intorno”. Così ecco i temi della civiltà contadina di Zigaina e l’alluvione in Polesine di Pizzinato, la Roma di Ziveri e la ricerca molto personale di Leoncillo e di Borlotti.
E si sbarca tra lo scorcio degli anni Cinquanta e i Sessanta, quando “le due direttrici delle ricerche legate al realismo – dice Francesca Romana Morelli curatrice della quarta sezione – sfoggiano da una parte l’opera-oggetto che accoglie elementi prelevati direttamente dalla realtà, e sostituisce la presentazione alla rappresentazione, dall’altra una pittura in cui le motivazioni politiche del realismo sociale cedono il passo a tematiche di tipo psicanalitico ed esistenziale, ma comunque legate alla critica della società dei consumi”. E’ l’epopea del neodadaismo, del nouveau réalisme, della pop art, dove spiccano le ricerche di Jannis Kounellis, Piero Manzoni, Rotella e Ceroli, da Schifano a Tano Festa, dalle teofanie di Luigi Ontani alle ricognizioni di Carlo Maria Mariani, alla realtà del consumo di Dino Boschi e di Titonel, alle complesse problematiche esistenziali e sociali di Leonardo Cremonini. Si chiude con una doppia galleria di maestri della fotografia, da Nino Migliori a Mario Giacomelli, da Franco Fontana ad Aurelio Amendola, Claudio Abate e Gianni Berengo Gardin, fino a Mimmo Jodice e Mario Cresci, accanto ai pittori Luciano Ventrone, Adelchi Riccardo Mantovani, Giuseppe Modica e Piero Guccione, tutti impegnati scrutare nel vero l’umanità di oggi.
Notizie utili – “L’enigma del vero. Percorsi del realismo in Italia 1870-1980”, dal 14 novembre al 15 febbraio, Galleria Civica di Palazzo Loffredo, Largo Pignatari Potenza. La mostra è a cura di Laura Gavioli.
Orari: da martedì a domenica, ore 9-13/ 17-21
Ingresso: intero € 3; ridotto € 1,50.
Informazioni: Tel./Fax 097127185
Catalogo: Marsilio Editori.
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