A Trastevere il Centenario dello sciclitano Severino Santiapichi, magistrato della Repubblica negli anni di piombo.
di Chiara Spadafora
Roma – L’ultimo lunedì di maggio a Trastevere è stata presentata la biografia dello sciclitano Severino Santiapichi, ricordato per le sue responsabilità di magistrato nei processi più delicati degli anni di piombo: dopo l’incarico in Somalia negli anni ’60, fu trasferito a Roma ove assolse al ruolo di presidente della Corte di Assise processando il terrorista turco Ali Ağca per l’attentato a Giovanni Paolo II e le brigate rosse nel maxiprocesso per il l’uccisione di Aldo Moro. Si tratta dell’ultimo libro di Salvatore Lordi, già autore di “Fli anni bui”, “La terra di nessuno” e “La strage di settembre nero” sul tema del terrorismo ma anche di diversi scritti ambientati in Terra Santa.

L’evento si è tenuto da Scena, spazio polivalente di proprietà della regione Lazio. I partecipanti si sono radunati nella stanza eventi per i saluti, spostandosi nella piccola sala cinematografica poco dopo le 18 per la presentazione del libro e la proiezione di un montaggio frammenti de “La notte della Repubblica”, inchiesta giornalistica e documentaristica realizzata da Sergio Zavoli con la RAI nell’89 – dal 2017 in vendita al pubblico anche la sua trascrizione, edita nella collana degli Oscar Mondadori.

A introdurre il direttore regionale cinema e turismo Paolo Giuntarelli, in conversazione con l’autore e Xavier, figlio del giudice che interveniva dal pubblico. La sedia del giornalista e moderatore Paolo Cucchiarelli è rimasta vuota per l’intera durata della presentazione, che si è svolta in un clima partecipato, familiare e al contempo teatrale, in cui sono stati condivisi frammenti di sguardi sulla vita e personalità del giudice attraverso testimonianze e ricordi dei presenti, tra i quali qualcuno ha affermato che essere lì a parlare di Santiapichi significasse nient’altro che parlare con Santiapichi.

“Un uomo che scrive in modo evocativo e colto. Non è quindi semplice scrivere di lui” ha dichiarato Walter Veltroni nella prefazione, lanciando a tutti una scommessa: “al termine della lettura, vi sentirete più ricchi”. Il magistrato è ricordato soprattutto per esser stato, come spiega Cesare Parodi nella premessa “un elemento essenziale per la tenuta e per la credibilità dello stato di diritto (…) in una delle fasi storiche più delicate del paese”- gli elogi si rivolgono in particolare all’equilibrio nel garantire rigore procedurale e al contempo umanità, operando in maniera del tutto indipendente da pressioni politiche, economiche e mediatiche, in assoluta fedeltà alla dottrina giurisprudenziale.

Sebbene affermato in più occasioni che il giudice “non cercò mai la visibilità”, il montaggio rivela una presenza scenica ed espressività drammatica (seppur nella sua solenne sobrietà) a dir poco incisive. Ma è nel dodicicesimo capitolo del libro che è testimoniata la qualità più interessante dell’uomo: la capacità di interloquire con chiunque, la volontà di essere vicino al popolo e saldare il debito con la terra delle proprie origini, trasformando, nel corso della propria emancipazione professionale, il suo legame con la Sicilia in un rapporto spassionato, spoglio dei vizi acquisiti durante la propria formazione.

Oltre a “resuscitare” frammenti della vita del magistrato attraverso la collezione di testimonianze, si è cercato anche di aprire uno spiraglio sulla sua interiorità, in particolare sui suoi scritti – in sede di presentazione si è voluto portate all’attenzione “le ragioni degli altri” ed il suo rapporto con il pensiero di Sciascia, nei confronti del quale nutrì delle riserve in merito alla “teoria dei 55 giorni” espressa ne “l’Affaire Moro” ma che avrebbe poi riconosciuto, successivamente alla morte dello scrittore, in una dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera. Necessario un confronto tra il ritratto proposto dallo scrittore romano e la raccolta “autoctona” presentata l’indomani nella città natale di Scicli con il titolo “tracce nella memoria”: la cifra dell’opera letteraria di Lordi è quella di restituire, attraverso un “collage” di testimonianze, il ritratto del gentiluomo che condannò all’ergastolo decine di uomini, dei quali una buona parte sarebbero ancora in vita.
Al termine della proiezione il direttore Giuntarelli ha voluto rimarcare l’importanza del personaggio nella costruzione della democrazia, augurandosi, senza scendere nel dettaglio, che le nuove generazioni siano in grado di percorrerne le orme.
A conclusione della presentazione, la maggioranza dei presenti è tornata a banchettare. Offerti drinks e paninetti da festa – dopotutto, si è trattato della presentazione di un libro, ma soprattutto, del compleanno di un uomo popolare.

© Riproduzione riservata