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di Vittoria Terranova


Pozzallo – Da quando non c’è più suo marito, Rosario Campo, a Claudia Frasca sono rimaste poche certezze e, forse, adesso, neanche quella che i responsabili dell’incidente che ha rovinato la sua famiglia, l’esplosione del 29 Giugno del 2009 alla stazione di Viareggio, saranno riconosciuti tali anche dalla Giustizia e condannati a risarcire le vittime incolpevoli della strage.
Poche certezze e tante ferite nella vita di Claudia e dei suoi due figli, Salvatore e Giulia, entrambi minorenni quando il padre è rimasto ucciso.
Ferite invisibili: quelle dell’anima, le più dolorose; e ferite ancora molto visibili sul corpo di Claudia che in quella notte infernale ne è uscita con ustioni sull’85 per centro del corpo, ma miracolosamente viva. Come Rosario, invece, morirono altre 31 persone.
Proprio quando la lunga e complessa inchiesta si avvia ad intraprendere il percorso processuale, l’approvazione da parte della Camera dei Deputati della riforma sul cosiddetto “processo breve” fa temere che alla fine non ci saranno colpevoli, ma solo vittime.
“Non è stato un terremoto o un’alluvione; quello che è successo quella notte a Viareggio si poteva evitare. Ci sono dei responsabili ed è giusto che chi ha sbagliato deve pagare- dice Claudia commentando il provvedimento che, probabilmente già la prossima settimana, sarà sottoposto all’approvazione del Senato. “Mio marito, la mia vita, non potrà restituirmeli più nessuno, posso solo aspettarmi- spera Claudia- che almeno sarà fatta Giustizia”.
Nel processo, molto complesso, sono imputate 38 persone e 8 enti, i reati ipotizzati sono incendio e disastro ferroviario colposi, omicidio colposo e lesioni plurime; le parti civili sono molte e tra queste c’è anche Claudia che ancora oggi necessita di terapie costanti per la riabilitazione. “Mi hanno raccontato che sono stata in coma farmacologico per circa tre mesi e che sono stata sottoposta a dieci interventi al viso e alle mani”. Del lungo periodo sottoposta ad anestetici e tranquillanti, tra un ospedale e l’altro, Claudia ricorda poco ma è lucida la memoria quando parla dell’incidente. “Faceva caldo ed eravamo andati in motorino a recuperare il cellulare che Rosario aveva dimenticato in falegnameria. Al ritorno- prima di rincasare- volevamo farci una passeggiata e abbiamo preso la strada che spesso facevamo in questi casi. In lontananza abbiamo visto una strana nebbia e pensavamo fosse dovuta all’afa, così siamo andati avanti fino a quando siamo stati avvolti in una nube di gas. A causa della densa presenza di gas il motorino si è spento, Rosario mi ha detto di chiamare i Vigili del Fuoco per segnalare una possibile perdita di gas dalla caldaia di qualche palazzo lì vicino. Tutto potevamo pensare tranne al deragliamento di un treno cisterna carico di GPL! Abbiamo iniziato a correre a piedi, lui era poco dietro di me quando siamo stati investiti in pieno da una fiamma enorme. Io mi sono salvata perché ero appena riuscita a girare un angolo e perché pochi minuti dopo da quella strada sono arrivati i volontari della Croce Verde con gli estintori e le coperte che mi hanno spento le fiamme addosso”.
Quando le hanno detto che Rosario è morto? “Quando mi sono svegliata dal coma, in ospedale, dietro il vetro della sala in cui mi trovavo vedevo tutti i miei parenti tranne mio marito e, quando le mie domande sono diventate sempre più insistenti, è stata mia cognata, la sorella di Rosario, a spiegarmi tutto…”.
Ma c’è un’altra tragedia che ancora, dopo vent’anni, aspetta di conoscere i responsabili; un altro rogo costato la vita ad un altro giovane pozzallese. Giuseppe Bommarito aveva 43 tre anni e lavorava come cameriere di cabina sulla nave traghetto “Mobi Prince” che la sera del 10 aprile del 1991 entrò in collisione con una petroliera. Come Giuseppe morirono 140 persone ancora vive nei ricordi delle famiglie.
“Anche se sono passati 20 anni- dice Silvana, la sorella di Giuseppe, il ricordo è sempre vivo. Quasi ogni anni, per l’anniversario della tragedia, andiamo a Livorno dov’è morto mio fratello. La fine del processo è l’unica speranza che ci rimane per poter dire almeno “è stata fatta giustizia”.
La Giustizia è un’esigenza di tutti i familiari sopravvissuti, non una forma di vendetta. E’ un risarcimento dovuto a chi piange una vita spezzata per causa di un errore umano che si poteva evitare.
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