Antonio De Curtis lo voleva accanto a sé in “Totò, Peppino e la malafemmina”.
di Redazione
Certe volte basta una voce per riaprire il Novecento. La voce di un uomo che ha attraversato un secolo intero e che, arrivato ai cent’anni, continua a custodire intatti volti, parole e inflessioni di un’Italia che non c’è più. Quando Teddy Reno racconta Totò, non riemerge soltanto il dietro le quinte di un film entrato nella memoria collettiva, riaffiora un mondo fatto di teatri fumosi, telefoni che squillavano fra due continenti, camerini illuminati a metà e artisti che, senza saperlo, stavano affidando all’eternità una parte della nostra identità culturale.
Alla fine del 1956, Reno si trovava a New York, impegnato al Blue Angels, quando una telefonata da Roma cambiò il corso della sua carriera. Antonio De Curtis lo voleva accanto a sé in “Totò, Peppino e la malafemmina”, il film destinato a diventare il più grande successo del Principe. La scelta appariva singolare, un triestino chiamato a interpretare le canzoni dell’anima napoletana.
Fu Totò a dissipare ogni esitazione. Non impartì soltanto lezioni di pronuncia, consegnò al giovane cantante una visione della lingua e della vita. «Il napoletano non è un dialetto», gli disse. Poi, davanti a quelle parole appuntate su un foglio, «Aggio perduto ’o suonno», lo corresse con affettuosa ironia: «Noi napoletani siamo pigri, sfumiamo».
Ma quella pigrizia evocata da Totò era, in realtà, una raffinatissima architettura del suono. Il napoletano vive di elisioni e di troncature, di vocali finali che si spengono lentamente, di consonanti che si raddoppiano e si rincorrono per mettere in metrica il parlato. Così “suonno” diventa “suonn”, non per sottrazione, ma per armonia. La lingua si piega al respiro, alla cadenza, alla musica nascosta nelle parole. È una grammatica antica e raffinata, dove la fonetica non serve soltanto a comunicare, ma a dare forma al sentimento.
Dentro quella lezione c’è forse il segreto di Napoli, una città che addolcisce le sillabe, trasforma il dolore in canto e affida alla voce il compito di conservare la memoria. E c’è, soprattutto, il ritratto più autentico di Totò, non soltanto il genio irresistibile della comicità italiana, ma un artista rigoroso, innamorato della propria cultura, custode geloso di una lingua che considerava patrimonio universale.
La sera prima di girare la scena di “Malafemmena”, Totò insegnò a Teddy Reno ogni pausa, ogni inflessione, ogni gesto. Non stava semplicemente preparando un cantante, stava consegnando a un uomo venuto da lontano la chiave per entrare in un mondo fatto di suoni, silenzi e sentimenti.
Femmena
Si’ ddoce comm ‘o zzuccaro
Peró ‘sta faccia d’angelo
Te serve pe’ ‘nganná
E forse è questo il lascito più vero di Totò. Non una battuta, non un personaggio, non soltanto una canzone. Ma una voce che continua a insegnarci che le parole, quando vengono amate e rispettate, possono diventare memoria, musica e perfino eternità.
Oggi Teddy Reno, con i suoi cent’anni, è l’ultimo custode vivente di quella stagione. Nel suo racconto non sopravvive soltanto il ricordo di un film, ma il riflesso di un tempo in cui gli artisti erano anche artigiani dell’anima, capaci di tramandare una lingua, una cultura, un modo di guardare il mondo.
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