"Non sto emigrando, sono in vacanza"
di Giuseppe Savà
Scicli – Ho vissuto a Roma, nell’età degli studi, e i siciliani eravamo visti come persone diverse.
Ero pronto alla discriminazione riservata ai terroni, ma scoprii subito –era il 1992- che Roma è città meridionale, come Napoli, come Palermo.
Le ragazze del mio corso avevano un pregiudizio sulla pattuglia di siculi arrivati a Roma: “Come siete pirandelliani!”, mi disse una volta una collega universitaria.
L’apoteosi l’ho vissuta a piazza di Spagna, quando una mia pretendente –vi assicuro, non sono state in molte ad avere l’insana pretesa- in uno slancio non corrisposto mi disse: “Come sei verghiano!”
La Sicilia è terra di stereotipi, di immagini sedimentate nella coscienza collettiva, per cui un siculo fuori dalla Sicilia è visto come un personaggio complesso, da interpretare.
Diceva due mesi fa Piero Isgrò, ex redattore capo del Tg1, catanese, che il siciliano in Sicilia è un prodotto semilavorato.
Ha bisogno di andare fuori dall’Isola per trovare una identità compiuta.
Anche io sono scappato dallo scoglio e sono ritornato.
La domanda più angosciante, tuttavia, me la fece un uomo.
Era di Bergamo.
A Roma sono una rarità gli studenti universitari settentrionali.
Nessuno, da Milano, Padova, Brescia, va a Roma a studiare.
Preferiscono le loro università padane.
Questo ragazzo tutto d’un pezzo, dopo avermi chiesto se in Sicilia tutti avevamo la televisione in casa, o se ci fossero famiglie che ne erano sprovviste per povertà, fece la domanda del Kappa O: “Ma tu, come ti senti a vivere in un’isola?”
E che gli volete rispondere a un bergamasco che a un ragusano chiede cosa prova a vivere in un’isola?
Gli consigliai di guardare lo spot della mozzarella Zappalà.
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