Il racconto di Natale di Un Uomo Libero per i lettori di Ragusanews
di Un Uomo Libero.
Da qualche giorno lo vedevo a un “canto” di Piazza Villena a Palermo. Sdraiato quasi a terra, era intento a modellare della sabbia umida che portava con sé in un sacco di plastica sulle spalle. Raffigurava una cagnetta sdraiata nell’atto di allattare i suoi cuccioli.
Era un ragazzo dalla pelle scura, i capelli a spazzola, non esile ma neppure robusto. Poteva avere sedici anni, non di più. I suoi occhi ardevano del fuoco della giovinezza mentre rispondeva ai turisti curiosi che affollavano la piazza tempestandolo di domande, o quando qualcuno lasciava cadere una moneta in un piccolo contenitore.
Arrivava puntuale, di primo mattino, scaricava il pesante sacco e cominciava a modellare. Un giorno mi avvicinai a lui. «Ciao» gli dissi. «Sei italiano?» I lineamenti mediorientali suggerivano ben altra risposta. «No» – replicò «sono rumeno.» Rimasi sorpreso; avrei scommesso che fosse di origine anatolica. «Come ti chiami?» tornai a chiedere. «Mihai, Michele» rispose, guardandomi dal basso in alto, non infastidito, ma solo incuriosito dal mio interesse. «Hai fatto colazione?» domandai. «No, ancora no» disse, senza smettere di modellare. «Ti vanno un cornetto e un cappuccino?» proposi. «Volentieri, grazie. Non vorrei però lasciare il mio lavoro incustodito» obiettò. «Tranquillo» lo rassicurai, «baderò io alla sabbia fino al tuo ritorno.»
Gli porsi una banconota da cinque euro, agitandola per convincerlo ad accettare. Il ragazzo la prese e si diresse verso un bar vicino. Non tardò molto a ritornare. «Ti ho visto anche nei giorni scorsi, esegui sempre la stessa scultura » osservai.
Il ragazzo alzò gli occhi e sorrise.
«Sì, è vero» confermò. «Io, comunque, so fare tanti altri animali, non solo cani.» Poi aggiunse con una punta di orgoglio: «Perché sono un artista».
Si alzò, frugò in uno zaino e prese un piccolo album con le foto delle sue sculture. «Sono bellissime!» esclamai. Mi lanciò un’occhiata intelligente e compiaciuta. «Chi ti ha insegnato a modellare?» lo incalzai. «Nessuno. Guardavo come faceva un vecchio pastore al quale mio padre mi aveva affidato». Ricordai la leggenda di Cimabue e di un giovanissimo Giotto, sorpreso a disegnare una pecora al pascolo. «Come mai modelli ogni giorno la stessa cagnetta nell’atto di allattare i suoi cagnolini?» domandai.
«Era la mia preferita. Morì nel dare alla luce i suoi piccoli. La voglio ricordare così. Ogni volta che termino la scultura, mi sento pacificato, felice…» Cercò di nuovo dentro lo zaino, prese un altro album e mi mostrò le foto del cane vero. «La porto con me, nella mente e nel cuore. Modellarla mi fa stare bene; è come se le prestassi un po’ del mio tempo per farla vivere ancora».
Il ragazzo aveva quasi finito di modellare l’animale. Da una tasca estrasse due bottoni e li applicò al posto degli occhi. La scultura era sorprendentemente realistica. Ora stava modellando i cuccioli. Ne contai quattro. Notai che stava alterando la composizione originaria per aggiungerne un altro. «Perché ne hai fatto uno in più?» chiesi. «Per regalarlo a te» rispose con l’ingenuità delle persone semplici.
Mi commosse.
Dopo quel giorno, Mihai non tornò più ai Quattro Canti. Lo cercai, ma nessuno sapeva che fine avesse fatto. Un giorno credetti di vederlo tra la folla di una strada del centro. Lo chiamai per nome, ma si voltò un ragazzo che mi guardò con aria infastidita. Non era Mihai.
“A volte gli angeli ci visitano e noi non sappiamo riconoscerli” pensai.
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