l sindacato. «La situazione è ormai drammatica - dice Avola (Cgil) - ma rischia di peggiorare se non si sbloccheranno i lavori pubblici»
di Redazione
Ragusa. Come un tornado la crisi economica si abbatte sulla provincia di Ragusa, disfa la tela costruita con anni di sacrifici, scommesse, impegni presi e mantenuti e sconvolge quella che è stata per anni l’isola felice per antonomasia.
Numeri anche qui, per capire, per farci un’idea del disastro in corso, ultimo dato aggiornato sulla cassa integrazione ordinaria, marzo 2010: 82.200 ore, spalmate sulla pelle di 484 lavoratori.
Per capire e cogliere il senso del dramma basta parametrare con lo stesso periodo relativo al 2009: l’incremento della Cig è del 45%. Andiamo malissimo, al tappeto i settori specializzati dell’industria che qui erano, o furono, fiori all’occhiello, per esempio il lapideo, oppure l’industria leggera.
Si stenta a credere che anche qui sta andando così, ma Giovanni Avola, segretario della Cgil ragusana, dice anche altro e niente di buono: «La situazione è gravissima – spiega – e in queste condizioni non può che tendere al peggioramento. E’ crisi totale, che sta investendo tutti i comparti, a partire, ovviamente, dall’agrozootecnia, che nel Ragusano è sempre stata un’industria d’eccellenza, capace di impiegare tanti lavoratori con enormi professionalità. Ma il vortice ha investito, inevitabilmente, tutto il mondo del lavoro, provocando reazioni a catena sul tessuto economico. E si sta pagando il prezzo altissimo che è sotto gli occhi di tutti».
Così una di queste reazioni, esattamente come si registra in tutte le altre città siciliane, del resto, ha avuto ripercussioni negative sul terziario, sul commercio, «nonostante – aggiunge Avola – ci sia stato un buon risultato in estate nel settore turistico e nel comparto alberghiero».
Ma il crollo è inevitabile, perché anche a Ragusa buona parte della crisi comincia dai tagli nella pubblica amministrazione, comincia dai colpi di cesoia al mondo della scuola. Qui l’effetto Gelmini sino ad ora ha fatto perdere tra 400 e 420 posti di lavoro nelle scuole, quindi, inevitabilmente, ha provocato quell’impoverimento che sottrae risorse da spendere, anche semplicemente ogni giorno in un negozio di alimentari, in un negozio di abbigliamento per comprare un vestito, una maglietta, un costume nuovo. Perché c’è un sacco di gente che sopravvive ancora con la bombola dell’ossigeno della Cig in deroga, esattamente 151 persone sino a marzo 2010, mentre 41 sono in mobilità, dunque senza niente e senza speranze.
E le previsioni? Avola scuote la testa, sconsolato: «Per il 2011 la previsione per la mobilità oscilla tra 95 e 115 persone, un record triste e una situazione drammatica».
Del resto oggi Ragusa ha un tasso di disoccupazione che sta tra l’11 e il 13%, roba che nel periodo d’oro non era immaginabile minimamente, tre punti in più oggi, in pratica, sulla media nazionale, quando tutta l’Italia, compresa quella ricca, in passato guardava al modello Ragusa come ad una straordinaria eccezione positiva in un’area, quella del Sud, globalmente depressa.
Come ci si è arrivati?
Con i tagli, come detto, alla scuola, alla pubblica amministrazione, nella sanità e con la sospensione di molti servizi che venivano forniti dagli enti locali attraverso l’utilizzazione di cooperative e società specializzate, per esempio, nell’assistenza domiciliare, nella cura dei malati. Poi c’è stato il tracollo tra il 2009 e il 2010, della piccola e media impresa, con aziende che impiegavano tra tre e cinque persone, che hanno chiuso o che hanno ridotto, di parecchio anche, le loro attività. E la crisi dell’agroindustria, diciamo anche, ha avuto notevoli conseguenze anche per il settore dei trasporti, sino a ieri florido e trainante in tutta la provincia.
Adesso la domanda è come uscirne, da dove ripartire per evitare che finiti sul fondo tutto diventi più difficile. Per Avola la soluzione esiste, ma ci vuole una grande buona volontà politica, tanto per cambiare, per far ripartire piano piano l’economia, che fa registrare, tanto per esser chiari, anche il tracollo dell’edilizia.
«Ci sono progetti che rappresentano importanti prospettive, a partire dal via ai lavori dei lotti 6, 7 e 8 dell’autostrada Rosolini-Modica. C’è il progetto della Ragusa-Catania, per il quale, per la verità, abbiamo avuto qualche notizia confortante e speriamo che da dicembre si possa passare alla fase operative per quest’opera. E poi ci sono i lavori di ampliamento del porto di Pozzallo e l’autoporto di Vittoria. Stiamo parlando di opere che, se dovessero decollare, darebbero lavoro per almeno sei o otto anni».
Ma in questo momento Ragusa ha un altro cruccio, è il piano paesistico approvato dalla Regione nel cuore dell’estate, il 12 agosto, voluto dall’assessore Armao per tutelare il paesaggio, i beni culturali, l’ambiente.
«E su questo – dice Avola – siamo tutti d’accordo, ci mancherebbe. Il fatto è che un piano del genere molto importante per il territorio, andrebbe concertato con gli enti locali, con i sindacati, con le associazioni di categoria legate al mondo produttivo. Perché? Perché sono state fatte scelte che secondo noi sono assolutamente prive di una logica e tutt’altro che necessarie per difendere l’ambiente e, al contrario, mettono ulteriormente in ginocchio un’economia già provata».
Contro il piano paesistico, in pratica, che raccontiamo nel dettaglio nell’altra pagina, Ragusa si è schierata compatta, dal sindaco Dipasquale al presidente della Provincia, Antoci, ma anche la maggior parte degli esponenti politici della provincia non hanno risparmiato critiche e appelli all’assessore Armao. Che tornerà qui i primi giorni di ottobre per vedere che si può fare e perché il suo piano è risultato indigesto a tutti i ragusani.
Intanto Ragusa si lecca le ferite e prova ad andare avanti. Le risorse ci sono, il coraggio pure. Peccato che risorse e coraggio non servano più a niente quando sono sepolte dall’immobilismo e dalla paralisi della politica, al tomba di tutte le speranze. Anche se qui resta un tomba linda e pulita e un dolore, per il momento, affrontato con la consueta dignità ragusana. Se può consolare…
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