Pare che le richieste di andare all'estero siano superiori all'offerta
di Redazione
Qui Gela – Il lavoro viene meno di giorno in giorno. A Gela è in crisi il primo motore economico: la raffineria. Nell’agenda dei sindacati non ci sono, però, scioperi per contrastare il piano industriale 2010-2013 della Raffineria che prevede nel triennio procedure di mobilità per 400 dei 1.350 lavoratori del diretto ed esuberi nell’indotto per 600 unità.
E’ in atto una fase di discussione e riflessione sul piano industriale della raffineria ed il futuro di Gela. Se ne parlerà stasera e domani sera in Consiglio comunale. Ed intanto l’Eni riduce il personale in vari modi: a 40 unità si sta proponendo di presentare domanda di lavoro all’estero. Uno stipendio che diventa quasi il triplo: però, concluso il lavoro di un anno all’estero, il lavoratore non dipenderà più dalla Raffineria di Gela. Sarà trasferito in altra sede Eni, dove servono tecnici specializzati.
Pare che le richieste di andare all’estero siano superiori all’offerta.
La situazione è però incandescente nell’indotto, dove per centinaia di lavoratori sta per scadere il periodo massimo di cassa integrazione: se non verranno riassorbiti nel mondo del lavoro, il passo successivo è il licenziamento. Il fatto che un migliaio di famiglie vivano con i soldi degli ammortizzatori sociali si tocca nei consumi calati drasticamente, nei negozi vuoti.
Le cose non vanno meglio nel settore edile. Il lavoro c’è (qui,in controtendenza con il resto d’Italia, i privati costruiscono ancora ma abusivamente), ma è in gran parte lavoro nero. «Abbiamo perso in un anno il 22% delle ditte iscritte alla Cassa edile – dice il segretario di Fillea Cgil, Ignazio Giudice – non solo per la crisi ed il calo dei bandi pubblici, ma anche perché è aumentata la quota di lavoro nero. Le ditte che operano con regolarità sono in sofferenza. Non riescono a pagare i salari. In questi giorni stiamo seguendo la vertenza di 36 lavoratori della ditta Cogei che non hanno salario, mentre una ditta edile e metalmeccanica, la Melfadotti, ha licenziato 11 operai».
Se il petrolio è l’ex oro nero di Gela, il suo oro verde, cioè l’agricoltura, contava fino a qualche anno fa più di 2000 addetti. Poi la crisi, l’invasione di prodotti stranieri, i danni del maltempo: così anche questo settore è in ginocchio. Gli imprenditori assumono per poche giornate l’anno e così ben 699 lavoratori, che un tempo trovavano lavoro per più di 150 giorni, hanno ottenuto l’assegno di disoccupazione agricola.
Il lavoro si perde, altro non ce n’è. A Gela sono 11mila i giovani – età media 28-30 anni – che, iscritti nelle liste di collocamento, non sono mai stati chiamati per un solo giorno di lavoro. Hanno un grado d’istruzione medio-alta e molti di loro sono disponibili a svolgere qualsiasi lavoro ovunque.
Qui Siracusa – Siracusa. Sono migliaia i lavoratori della zona industriale siracusana che si troveranno disoccupati dal prossimo gennaio. Ed è già allarme sociale. Si è a un passo dall’allarme ordine pubblico.
I dati sono in continua evoluzione. Sono monitorati da prefettura, Ufficio provinciale del lavoro, Inps, Confindustria Siracusa, organizzazioni sindacali. Tremila è il dato che in questo momento più si avvicina al conto definitivo. Si tratta soprattutto di edili e metalmeccanici: tutti lavoratori per i quali scadono entro il prossimo dicembre i vari ammortizzatori sociali: cassa integrazione ordinaria e straordinaria e in deroga, mobilità.
Il nodo essenziale della «questione Siracusa» si chiama rigassificatore. Il progetto si trascina tra Enti locali e Regione ormai da sei anni. E si tratta di un investimento di oltre 800 milioni, tutti privati, della Ionio gas, la joint venture paritaria Erg-Shell.
L’importanza strategica di questo progetto, peraltro, sta non soltanto nella rilevanza dell’investimento in sé e dell’occupazione che richiederà per la costruzione (una media di duemila lavoratori dei vari settori in quasi tre anni e non soltanto nella nuova occupazione per la gestione dell’impianto: qualcosa come 170 addetti e circa altrettanti per manutenzione e servizi), quanto in tutto quel che determinerà il suo esercizio: disponibilità di metano con approvvigionamenti da ogni parte del mondo (e quindi la fine della dipendenza esclusiva dai metanodotti di Russia, Algeria e Libia); possibilità di insediamenti produttivi a valle dell’impianto nella catena del freddo; completamento della trasformazione del polo petrolchimico in polo energetico del Mediterraneo.
C’è peraltro una luce, ma piccola e ancora fioca, nel buio di questa crisi senza precedenti su questo territorio: il progetto per l’impianto di cogenerazione elettrica della Esso di Augusta; lo stesso impianto realizzato, qualche anno fa a Priolo, da Isab Energy (gruppo Erg). È un impianto che produce energia elettrica dai residui della raffinazione, chiudendo così il ciclo produttivo energetico del petrolio.
Anche questo progetto richiederà un investimento di centinaia di milioni di euro (sempre privati). E potrà costituire un altro polmone anticrisi. Ma è ancora ai primi passi. È stato appena presentato al ministero dell’Ambiente per la Via (Valutazione d’impatto ambientale) e la Vas (Valutazione ambientale strategica) e alla Regione per l’altra parte di procedure autorizzative. Ci vorranno anche le autorizzazioni comunali. E con l’esperienza del rigassificatore, lo scetticismo è d’obbligo.
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