Piazza Libertà e la tinozza di Giorgio
di Saro Distefano


Ragusa – Sarà stato il muratore un nostalgico? Sarà che il committente è nato “scappuccinaru”? Sarà solo una coincidenza? Ma quando a casa del mio amico Giorgio a Mazzarelli il muratore ha sistemato la pila (ma come sarà in italiano? Lavabo?) dell’orto (ma sua moglie preferisce chiamarlo giardino, non sapendo che nella nostra lingua “u jardinu” è cosa diversa: il terreno coltivato ad agrumi) a pochi amici è sfuggito il facile parallelismo. Ed uno di loro, il solito svelto colla macchina digitale sempre in borsello, ha ricordato la grande piazza cittadina ed ha scattato dalla giusta angolazione e distanza.
Lo raccontiamo solo per celia. Nessun riferimento, per carità, specie adesso che in città a comandare (ma siamo sicuri?) sono i tanto simpatici quanto suscettibili grillini, al ventennio e alla originaria funzione della torre che comunque, ancora adesso, noi ragusani chiamiamo “littoria”, e solo in pochissimi “la torre di Piazza Libertà”, ancora meno “la torre dell’Intendenza di Finanza”.
Certo le due foto sono quasi sovrapponibili, mostrando l’una la torre che chiude la piazza che fu Impero e poi Libertà, e l’altra la pila di Giorgio. Fate le dovute proporzioni, alla seconda manca solo un rialzo del muro o una stele per essere identica al palco dal quale il Duce parlò al popolo in camicia (e coppola) nera nell’agosto del 1937.
Mostriamo le due foto solo per sorridere, posto che quella Piazza riporta alla mente anche episodi simpatici e volendolo allegri (in una città che geneticamente è triste, e non c’è nulla da fare), ma anche il torto che noi ragusani continuiamo a perpetrare nei confronti di chi vorrebbe e dovrebbe essere ricordato: i caduti in guerra. Il reliquiario alla base della torre con l’aquila (romana e ragusana) venne progettato e realizzato in epoca fascista, non c’è dubbio, epoca infarcita di vuota retorica e forzato patriottismo. Ma altrettanto indubbio è il sacrificio di migliaia di giovani che per quella Patria perirono. A noi, oggi, il dovere di ricordarli: una visita ogni tanto a quella stanzetta rivestita di freddo marmo non sarebbe sbagliata, specie se accompagnando i bambini delle nuovissime generazioni e far capire loro, che capiscono benissimo, quale e quanto il valore del sacrificio di chi ha donato la propria vita per far si che la nostra – la nostra vita – fosse migliore della loro.
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