Economia
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10/07/2026 23:26

Ragusa. Quando staccano la luce al petrolio. Staccata l’energia elettrica ai pozzi petroliferi

Il petrolio che non riesce più a sostenere il costo dell’energia necessaria a estrarre altro petrolio.

di Redazione

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Ragusa – Il 28 ottobre 1953, dalle campagne di Ragusa, affiorava il primo petrolio destinato a cambiare la storia economica di un territorio.

Settantatré anni dopo, la notizia che colpisce non riguarda una nuova scoperta, ma il distacco dell’energia elettrica al centro oli di Irminio S.r.l.. Se confermata, come é stata già confermata, è una circostanza che supera la dimensione della cronaca aziendale. Ha il valore di un simbolo: il petrolio che non riesce più a sostenere il costo dell’energia necessaria a estrarre altro petrolio.

Sarebbe però un errore fermarsi alla vicenda della società. Irminio S.r.l. è certamente il volto più evidente della crisi, ma non ne rappresenta la causa. Ne è, piuttosto, la conseguenza.

Nel giro di un lustro l’azienda ha conosciuto un progressivo e rapido declino. È passata dalla proprietà di investitori texani a un gruppo imprenditoriale sudamericano attivo anche nel settore energetico internazionale attraverso partecipazioni societarie riconducibili all’universo Lukoil. Sono cambiati gli assetti proprietari, ma il risultato non è cambiato: la liquidità è progressivamente venuta meno, mentre la redditività delle concessioni minerarie continuava a ridursi.
Irminio non paga gli stipendi. Irminio non paga la nemmeno la bolletta della luce.

È qui che si trova la chiave di lettura della vicenda.

Per oltre settant’anni il sottosuolo ibleo ha rappresentato uno dei più importanti distretti petroliferi italiani. Le attività avviate dalla Gulf e successivamente sviluppate dall’AGIP hanno generato occupazione qualificata, know-how, imprese specializzate e un indotto che ha contribuito in modo determinante alla crescita economica della provincia.

Da quella ricchezza hanno tratto beneficio anche le istituzioni. Le royalties derivanti dall’attività estrattiva hanno alimentato per anni i bilanci del Comune di Ragusa, diventando una componente significativa delle entrate pubbliche. Oggi quelle risorse sono destinate ad assottigliarsi fino quasi a scomparire, perché seguono il naturale esaurimento dei giacimenti da cui hanno origine.

La geologia, prima ancora dell’economia, non concede eccezioni.

Lo stesso fenomeno riguarda le concessioni di Eni, oggi gestite da Enimed. Da tempo la produzione segue una curva discendente. Numerosi pozzi sono stati definitivamente chiusi; quelli ancora in attività continuano a produrre quantità sempre più contenute, ben lontane dai livelli che fecero del ragusano una delle capitali italiane dell’estrazione terrestre.

Non siamo di fronte a un crollo improvviso. Assistiamo, piuttosto, alla conclusione di un ciclo industriale iniziato oltre sette decenni fa.

È una differenza sostanziale.

Perché ogni giacimento nasce, raggiunge il proprio massimo produttivo e, inevitabilmente, declina. Era scritto nella natura stessa dell’industria petrolifera. Ciò che non era inevitabile era arrivare a questo passaggio senza una visione capace di accompagnare il territorio oltre il petrolio.

Mentre il greggio continuava a garantire occupazione, investimenti e royalties, Ragusa ha davvero costruito un nuovo modello di sviluppo? Oppure ha considerato quella ricchezza una rendita permanente, destinata a durare ben oltre il ciclo naturale dei giacimenti?

Sono domande che oggi assumono il peso della storia.

Perché il problema non è che il petrolio stia finendo. Questo era inevitabile fin dal 28 ottobre 1953, il giorno in cui la prima estrazione inaugurò una stagione straordinaria di sviluppo.

Il problema è aver atteso che si spegnessero le luci del centro oli per accorgersi che, lentamente, si stava spegnendo anche una parte della storia economica di Ragusa.

E forse, tra molti anni, non ricorderemo il giorno in cui venne estratto l’ultimo barile. Ricorderemo quello in cui, per la prima volta, qualcuno staccò la luce al petrolio.