Economia
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27/05/2013 22:15

Ragusa, titoli di coda sull’Ancione

Fine di un’epoca

di Saro Distefano

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Una foto di repertorio
Una foto di repertorio

Ragusa – Adesso dovremo mettere la parola fine in coda al film. Al film – secondo noi bellissimo – che volendo potremmo titolare “Asfaltide”. Film bellissimo, ma dal finale amaro, triste, deprimente.
Con la chiusura della Antonino Ancione Spa finisce un’era molto lunga. Iniziata al tempo dei Greci, e proseguita fino a ieri. L’azienda della famiglia Ancione, messinesi trapiantati prima a Palermo e poi anche a Ragusa al seguito di un patriarca dalle idee imprenditoriali innovative ed efficaci, era l’ultima arrivata nella zona industriale ragusana. Era diventata, dopo il 1968 (quando la Abcd vendeva i suoi impianti all’Anic del gruppo Eni), l’unica presenza industriale in un comparto che pure era stato florido, per molti decenni un monopolio naturale.
Ma adesso anche la Ancione ha chiuso i battenti. Le cronache di questi giorni si sono focalizzate, giustamente, sul dramma di oltre trenta dipendenti che dal primo giugno saranno senza lavoro. Ma altrettanto importante è raccontare cosa ha significato la Ancione – e dispiace davvero coniugare il verbo al passato – e con essa le altre aziende del comparto minerario asfaltifero. Per quanto non ancora chiaro a tutti i ragusani, l’attività mineraria di contrada Tabuna è stata per millenni importante, ma secondaria rispetto all’agrozootecnia. Successivamente, dal quinto decennio dell’800, l’estrazione della roccia bituminosa dalle cave e dalle gallerie di Tabuna, Cortolillo, Petrulli, Sdirrubato, Cava Pece e Lusia è diventata la seconda attività economica ragusana per numero di occupati, e certamente la principale in termini di capitali investiti e di reddito ottenuto.
Gran parte dei redditi andava nelle tasche dei capitalisti (e su quattro grandi aziende, tre erano dei concessionari inglesi), ma certamente parte della ricchezza prodotta col sudore e i sacrifici dei “picialuori” (questa la definizione di tutti i lavoratori del comparto asfaltifero, posto che la roccia asfaltica è da sempre, per i ragusani, semplicemente la “petrapici”) restava in città. Ricchezza che alimentava la parte sana della comunità, fatta di lavoratori disposti al sacrificio ed al lavoro duro, durissimo, in cambio di un pezzo di pane per i bambini a casa.
In tal senso la lettura di Vann’Antò è altamente istruttiva, e bene farebbero tutte le scuole ragusane a proporre, nel loro corso di studi, le opere di Giovanni Antonio Di Giacomo, figlio e fratello di “picialuori”. Altra utile lettura è quella di un Ancione, l’ormai anziano Gino, che con la moglie Edda Varani ha dato alle stampe – ora sono dieci anni – “Pirriatura, picialuori e… “, ovvero i suoi ricordi di gioventù, passata tra l’odore del bitume e la polvere delle mattonelle in quella Tabuna ormai irriconoscibile, con cave abbandonate e stabilimenti deserti.
La Ancione è, anzi era, una azienda che tra tutte le concessionarie minerarie di Tabuna non eccelleva in dimensioni, personale e tonnellaggio esplotato. Ma il fondatore, Antonino, appena giunto a Ragusa aveva avviato uno stabilimento che dalla roccia asfaltica estraeva il bitume (in forma di panetti, venduti ovunque per la impermeabilizzazione dei tetti delle case), e la polvere che compattata diventava la mattonella d’asfalto. Marciapiedi, piazzali di scuole, ospedali, caserme e aeroporti, industrie e stadi: in tutta Italia è ancora oggi possibile camminare sulle grigie piastrelle che sul retro hanno impresso il marchio “Antonino Ancione Spa Palermo – Ragusa”.
Alcune di queste mattonelle sono state messe in posa sessant’anni fa. Resistono. E lo faranno ancora per anni: anche se purtroppo non ha resistito chi le aveva costruite.

 

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