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28/09/2026 13:03

Ragusashire, vent’anni dopo: dentro le case di campagna vendute agli stranieri

Dal barocco di Noto al rogito: il percorso di chi compra

di Redazione

Nelle contrade tra Modica, Scicli e Ragusa i casali in pietra si vendono ormai anche sui portali immobiliari inglesi. Per decenni molti sono rimasti chiusi, con le imposte sbarrate e, nella migliore delle ipotesi, il terreno affidato a qualche contadino. Anche le agenzie locali hanno iniziato da diverso tempo a pubblicare annunci in inglese. Già nel 2013 vi raccontavamo di tedeschi e inglesi attratti da quello che qualcuno aveva ribattezzato Ragusashire.

Nei soggiorni ricavati dalle vecchie stalle arrivano i più lussuosi divani della collezione Edra o le sedute di Cassina che hanno attraversato il mondo, spesso ordinati dai clienti ancor prima della fine dei lavori di ristrutturazione. Sarebbe facile chiudere il discorso qui, con l’immagine di una campagna trasformata in vetrina per chi viene da fuori. Abbiamo provato invece a guardare dentro queste case, per capire cosa entra e, soprattutto, cosa rimane.

Dal barocco di Noto al rogito: il percorso di chi compra

Il profilo di chi compra è oramai abbastanza riconoscibile. Coppie sopra i cinquant’anni, professionisti che lavorano da casa, famiglie che cercano una seconda casa da vivere nei giorni di ferie o da mettere in affitto durante l’alta stagione. Acquistano con un’idea precisa di Sicilia, spesso costruita sulle immagini del barocco di Noto e delle serie tv girate da queste parti, e con budget senz’altro sopra la media regionale.

Il casale ibleo però ha regole sue tramandate da secoli, per ragioni metereologiche prima che di stile. Stanze disposte in fila, muri spessi anche più di mezzo metro, poche finestre piccole pensate per tenere fuori il caldo. Le pareti non si abbattono a piacere, per i vincoli e per la natura stessa della costruzione. È su questo punto che il progetto di interni diventa decisivo.

Come arredano i nuovi acquirenti nella campagna ragusana

Negli ambienti lunghi e stretti dei vecchi casali funzionano i divani componibili, che si possono disporre lungo una parete o spezzare in più isole. Le cucine a vista prendono il posto dei vecchi tinelli, mentre le camere occupano i locali che un tempo ospitavano il fieno. Molta attenzione va all’illuminazione, perché con aperture così ridotte la luce naturale non basta quasi mai e le lampade devono sia svecchiare lo stile che essere sufficientemente luminose. Il cortile, dove un tempo si ammucchiavano gli attrezzi, diventa una zona pranzo all’aperto da vivere fino all’autunno. Anche i bagni, spesso ricavati da piccoli angoli di servizio, vengono rivestiti con resine moderne in tonalità che non spezzano con l’ambiente.

Da conservare e da recuperare: l’eredità dei casali iblei

La parte più interessante di questi nuovi casali riguarda ciò che non viene toccato. La pietra pece e il calcare scuro estratto da secoli nel ragusano restano sui pavimenti e sui gradini delle scale. Le mattonelle di cemento, recuperate dalle demolizioni, vengono ripulite una a una e riutilizzate per nicchie, camini o paraschizzi in cucina. Le mangiatoie in pietra diventano panche, librerie, piani d’appoggio per il bagno. Le vecchie porte in legno, quando si possono salvare, vengono smontate, trattate e rimontate con le loro ferramenta originali.

Fuori, i muretti a secco che dividono i campi vengono restaurati con la stessa tecnica usata dai contadini, e i carrubi non si toccano. Molti nuovi proprietari scoprono solo dopo l’acquisto che il carrubo, albero simbolo di questa provincia, dà ancora un raccolto che qualcuno in zona è disposto a comprare. L’arte dei muretti a secco è patrimonio immateriale UNESCO dal 2018, ma trovare chi sappia ancora costruirli a regola d’arte non è semplice, e questi cantieri sono anche un modo per tenere in vita il mestiere.

Il risultato sono case in cui  undivano progettato a Milano da un designer francese poggia su un pavimento di un secolo fa posato a mano da una famiglia di contadini, e nessuno dei due sembra fuori posto.

Chi vende, di solito, qui non abita più. Sono figli e nipoti dei vecchi proprietari, partiti per Catania, il Nord o l’estero quando in provincia il lavoro era a termine, stagionale o semplicemente non c’era, e per loro il casale era diventato una spesa da sostenere a distanza. Chi è rimasto, spesso, lavora con le mani: muratori, piastrellisti, falegnami, giardinieri. Le case per le vacanze pensate da altri, in queste contrade, a volte le costruisce chi una casa qui fatica a permettersela.