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02/10/2026 23:51

Roberto Vecchioni torna sul palco dopo la malattia, ma annuncia lo stop: «Non potrò cantare per mesi, statemi vicino»

Il Professore racconta la malattia, l’amore e il dolore per la morte del figlio.

di Redazione

Milano – “Statemi vicino”. È con queste parole, semplici e quasi timide, che Roberto Vecchioni si rivolge al pubblico di Roma. Dopo mesi lontano dai concerti, il Professore torna a cantare in una serata che porta con sé emozione, fragilità e anche il peso di una convalescenza ancora in corso. Sul palco c’è il suo immancabile sgabello, quasi un punto di riferimento al quale affidarsi nei momenti di incertezza. Jeans, camicia e quell’aria da eterno ragazzo che continua a inseguire le proprie canzoni. La voce tradisce l’emozione: “Sono molto emozionato dopo mesi e mesi che non canto. E questa forse sarà l’ultima volta, perché per altrettanti mesi non potrò cantare”. Parole che per qualche istante sembrano assumere il tono di un congedo, anche se Vecchioni non ha alcuna intenzione di trasformare la serata in un addio.

Dall’ospedale al teatro
Il concerto romano arriva dopo un rinvio doloroso. Lo scorso marzo il Teatro Brancaccio, già pronto per accogliere un altro sold out della sua lunga carriera, era rimasto senza il suo Professore: un problema di salute lo aveva costretto ad annullare l’appuntamento. Ora Vecchioni torna per recuperare quella serata. E lo racconta con la sua consueta ironia: quando avrebbe dovuto essere a Roma, spiega, si trovava in ospedale, con un tubo in gola. “Oggi sono ancora convalescente, ma sono anche tosto. E ho rimediato alla mia colpa tornando da voi”. Una frase che sintetizza bene il suo modo di stare sul palco: parlare della fragilità senza lasciarsene schiacciare.

La malattia raccontata con ironia
Tra una canzone e l’altra, Roberto Vecchioni racconta anche i giorni più difficili. Ricorda un momento in ospedale e una domanda rivolta a un’infermiera: “Sto per morire?”. La risposta, tanto sincera quanto spiazzante, è stata: “Prima o poi tutti dobbiamo morire”. Vecchioni la ricorda ancora oggi con una battuta, trasformando anche quel ricordo in una piccola storia da condividere con il pubblico.

Prima di Roma c’era stato soltanto un altro concerto, quello di Milano, al quale aveva voluto invitare l’équipe del Fatebenefratelli che lo aveva seguito: 23 persone, compresi quattro cardiologi. Tre di loro erano contrari al ritorno sul palco. Uno, invece, riteneva che potesse farcela. Vecchioni ha scelto di ascoltare proprio lui. “Era il più simpatico”, racconta sorridendo. E poi aggiunge una convinzione che sembra valere anche per la sua musica: contano l’intenzione e il contenuto, più della forma.

Il professore, tra politica e ironia
Il concerto diventa così molto più di una successione di canzoni. Vecchioni parla, improvvisa, ricorda, commenta. La musica si intreccia con la sua capacità di raccontare e con quella vena ironica che non lo abbandona nemmeno quando affronta gli argomenti più seri.

Non manca una battuta sulla vicenda del premio alla cultura assegnato dal Campidoglio a Vanna Marchi e Stefania Nobile, che il cantautore commenta con il suo consueto sarcasmo.

Poi, lo sguardo si allarga alla situazione internazionale e al presente che stiamo vivendo: “Ci rendiamo conto che viviamo in un’epoca in cui ci sono contemporaneamente Trump e Putin?”. È il modo di Vecchioni di trasformare il concerto in un luogo di riflessione, senza rinunciare mai alla leggerezza.

Il ricordo di Guccini
Tra i momenti più affettuosi della, il pensiero rivolto a Francesco Guccini, amico e compagno di strada nella storia della canzone d’autore italiana. Vecchioni ricorda con orgoglio e ironia di essere, probabilmente, l’unico autore del quale Guccini abbia interpretato una canzone che non aveva scritto lui. Un piccolo omaggio che diventa anche un ricordo di una stagione irripetibile della musica italiana d’autore.

Il dolore di un padre
Ma il cuore della serata arriva quando Vecchioni affronta il tema che più di ogni altro ha segnato la sua vita recente: la morte di suo figlio Arrigo, scomparso a 36 anni. Il dolore non viene spettacolarizzato. Entra nel racconto con pudore, attraverso le parole e soprattutto attraverso l’impegno che Vecchioni e sua moglie Daria Colombo hanno scelto di portare avanti con la Fondazione a lui dedicata.

Daria sale sul palco e racconta il lavoro della Fondazione Vecchioni, impegnata sul tema delle malattie mentali e sulla necessità di combattere lo stigma che ancora le accompagna. Ricorda una frase del figlio: “Mamma, mi vergogno”. È proprio contro quella vergogna che la Fondazione vuole combattere: perché le malattie mentali sono malattie, e le famiglie che le affrontano non devono essere lasciate sole.

Daria e un amore lungo 45 anni
Accanto al dolore c’è l’altra grande parola della serata: l’amore. Quello per i figli, quello per la musica, quello per la vita. E soprattutto quello per Daria Colombo, al suo fianco da 45 anni.

Vecchioni le lascia per qualche minuto il centro del palco. È un gesto che dice molto del loro rapporto e di una storia condivisa attraversata da gioie e tragedie, ma ancora capace di trovare una ragione per andare avanti.

Il finale: “Chiamami ancora amore” e “Samarcanda”
Poi, arriva il momento in cui le parole lasciano spazio alle canzoni. Vecchioni torna a cantare “Chiamami ancora amore”, quindi “Luci a San Siro”. Il teatro ascolta, accompagna, restituisce al Professore quell’affetto che aveva chiesto all’inizio della serata. E alla fine arriva “Samarcanda”.

È proprio sulle note trascinanti del brano che accade qualcosa: Vecchioni lascia finalmente lo sgabello. Si alza. Si muove. Torna a essere, almeno per qualche minuto, il cantautore che per decenni ha attraversato palchi e generazioni.

La storia del soldato che cerca disperatamente di sfuggire alla morte diventa allora quasi una metafora della serata.

Si può correre, si può provare a scappare, si può inseguire ancora una volta la vita. Ma forse, suggerisce Vecchioni, la vera sfida non è sfuggire al destino: è continuare a cantare finché siamo qui.