Cultura
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13/10/2010 21:32

Rosario Fiorello: Faccio l’attore ma non sono attore

«La tv non è per me, preferisco show dal vivo»

di Redazione

Roma – Napoli in musical oltre Napoli. Oltre cliché musical-lirici e folclore da cartolina. Napoli come in un sogno sognato da un napoletano che è andato via molto tempo fa. Solo che John Turturro napoletano non è, semmai meridionale di origine e americanissimo d’adozione. Ma di sogni, evidentemente, no. E così eccolo, dopo “Prove per una tragedia siciliana”, girare un altro capitolo del suo studio sulla cultura popolare meridionale. Ed è “Passione”, tutta Napoli in canto.

 

Passione con un’aspettativa che, per bocca di John Turturro (a Roma di passaggio per la grande anteprima del film a Napoli, dal 22 nelle sale) suona così: «Vorrei che la gente lo accolga con lo stesso spirito con cui noi lo abbiamo fatto, con amore accondiscendente per una città di cui io mi sono innamorato e non so neppure il perché. Forse per il suo fortissimo potere, per il suo essere crogiuolo di suoni e immagini, un po’ New York come era nei Settanta ma con gli ingredienti più polverizzati nel mix. Per questo ho cercato di eliminare i cliché e cogliere una connessione tra la Napoli di ieri e quella di oggi. Cercare di fare l’opposto di ciò che fanno gli americani che, non essendo curiosi né interessati a tutto quello che è diverso da loro, appiccicano etichette, impacchettano in modo facile facile e banale».

Nel film di Turturro anche Fiorello che canta un’inedita “Caravan Petrol” di Carosone a cavallo di un asino e che dice: «Uno come me che fa questo mestiere si deve misurare prima o poi con la canzone napoletana», ma a differenza di molti altri presenti nel film, è tutta un’altra storia. Perché? «Perché io non sono napoletano a differenza di tutti quelli, Turturro a parte, che hanno lavorato al film. A John l’ho detto. Io non sono un attore e lui mi ha risposto: non c’è problema. Poi gli ho detto che non so cantare napoletano e lui: “si può rimediare”. L’ho conosciuto in radio, ospite in trasmissione e da lì mi ha puntato e mi ha voluto a tutti i costi nel film. In compenso io e Turturro siamo siciliani entrambi e magari le nostre madri ci hanno scambiato in culla… Ma io non sono un attore, ho cantato qui facendo ciò che ho sempre fatto, più che cantare interpretare canzoni. E poi in famiglia ci siamo divisi i compiti: mio fratello Beppe recita, io canto, mia sorella la scrittrice e mia madre la lap dance. Però mai dire mai. Magari John mi coinvolge di nuovo». 

E se non lo coinvolgesse lui, lo farebbe con un altro? O preferisce il palcoscenico o tornare in tv? «Non credo che lo farò ma, comunque, oggi il cinema che, negli ultimi anni si è un po’ ripreso, deve battersela con la fiction fin troppo vitale. Mentre sull’andare in tv oggi è altra storia, io preferisco il palcoscenico, e i sabati sera ormai sono pieni, i preserali sono pieni, tutto è pieno di roba collaudata e che costa poco, nessuno ha più voglia di cambiare e, allora, dato che si è in economia, teniamoci quello che abbiamo».

Scherza ma neppure troppo, anche perché vicino a lui Turturro ripete: «Fiorello potrebbe essere un attore non meno bravo di altri in qualsiasi situazione se lo volesse». E non scherza affatto quando dice e ridice: «A Sanremo non ci sarò, ma c’è un castone, faranno da soli. Morandi forse è troppo cantante per presentare, se manca qualcuno ci si aspetta che dica “allora questa la canto io”. Bellissime poi Belen Rodriguez e la Canalis. La prima canta anche bene e la seconda è brava e sveglia». A chi chiede invece allo showman se sarà almeno ospite della manifestazione musicale, Fiorello replica: «Sicuramente no, l’ho già fatto». Non mancano un aneddoto sul set, «l’asino che ho cavalcato era un asino enorme, tipo un cavallo, animale di cui ho paura, e era poi pieno di api e io, ipocondriaco, stavo sempre a chiedere: avete in caso del cortisone?», e una battuta sulla trasversalità della canzone napoletana: «Ho sentito che anche gente di Arcore canta canzoni napoletane».

E, detto ciò, ridà la parola al Turturro “italiano” che confessa di «aver scoperto molto dell’Italia sul set de “La Tregua” di Rosi» e di «aver scoperto moltissimo di Napoli strada facendo e per un film che è su un luogo e non su una storia o su una persona. Un film che si è anche costruito in progress, pur tentando in ogni momento di non procedere mai o solo di pancia. Un film non come una storia della musica napoletana ma come puro intrattenimento su un luogo in cui puoi percepire qualcosa di puro nel fondo, sotto un fiume di creatività».