di Redazione
Giuseppe Lumia sarà capolista al senato in Sicilia. Il beau geste di Ignazio Marino e la consapevolezza di un errore commesso da parte dei dirigenti nazionali del Pd ha permesso il recupero del numero due della commissione antimafia in extremis. La deroga per il parlamentare palermitano, presente a Montecitorio ininterrottamente dal 1994, non è bastata però a placare le ire dei dirigenti democratici locali nei confronti del loft. Aggravate dall’election day, che vedrà i cittadini siciliani andare al voto anche per eleggere il successore di Totò Cuffaro. E i militanti democratici dell’isola si chiedono come possono riuscire a far fronte allo strapotere ormai consolidato del centrodestra, ricompattatosi per intero attorno alla candidatura di Raffaele Lombardo, presentando agli elettori liste che non li rappresentano. A chiederselo è, prima fra tutti, Anna Finocchiaro, che si è vista ripagare in questo modo l’aver accettato una candidatura difficilissima, per la quale ha subito forti pressioni proprio dai dirigenti nazionali del Pd. E adesso si trova stretta tra l’incudine del suo ruolo di dirigente nazionale e il martello della base agitata.
In Sicilia, come nelle altre regioni meridionali, la politica vive di contatti personali, da cui derivano anche il clientelismo e i rapporti “a rischio”. Senza arrivare a quegli eccessi, da cui il Pd vuole ovviamente tenersi alla larga, com’è testimoniato dal suo codice etico, per ottenere il consenso degli elettori serve più che altrove instaurare rapporti capillari nel territorio. Il voto d’opinione è ridotto al minimo e i messaggi veltroniani sul «cambiare il paese» attecchiscono poco, se non c’è qualcuno che li “traduca” in «cambiare la città» o addirittura il quartiere.
Le liste siciliane, è l’accusa che proviene dall’isola, sono infarcite invece di candidati “paracadutati” da Roma, che niente hanno a che fare con la Sicilia. Oggetti della protesta il portavoce di Dario Franceschini, Piero Martino, la moglie di Piero Fassino, Anna Serafini, la radicale Rita Bernardini, il prodiano Richi Levi, l’assessore capitolino Marco Causi. E la “figlia d’arte” Daniela Cardinale, che è siciliana sì, ma sempre “paracadutata” rimane. La protesta si è concentrata ieri a Catania, dove i segretari provinciali del Pd siciliano si sono riuniti per fare il punto sulle elezioni regionali. Dalle falde dell’Etna è partita l’ennesima richiesta di rivedere la composizione delle liste per il parlamento nazionale, di cui si faranno portavoce al loft il segretario Francantonio Genovese e Anna Finocchiaro. Un tentativo che serve più che altro per scaricare le tensioni accumulate nelle nove province, ma che lo stesso Genovese ritiene «molto difficile».
È solo l’ultimo segnale inviato a Roma, preceduto da molti altri. Un ricorso al comitato di garanzia del Pd è stato sottoscritto da diverse esponenti del partito contro il mancato rispetto della quota del 30 per cento di elette; il movimento giovanile ha definito «un grave atto di nepotismo» la candidatura della figlia di Cardinale; proteste sono venute anche da A sinistra per Veltroni e dagli Ecodem isolani. E gli abbandoni di una nave che rischia di affondare non mancano, a partire dalla più eccellente: l’ex forzista Ferdinando Latteri, tornato nel centrodestra per tramite del Mpa di Lombardo. Situazione particolare, poi, per le province di Siracusa e Ragusa, quella Val di Noto patrimonio dell’umanità Unesco, che non avrà rappresentanti democratici in parlamento. A Siracusa i dirigenti minacciano dimissioni di massa, mentre Ragusa potrebbe trovarsi nella paradossale situazione di avere candidati capilista nella Sinistra arcobaleno e nell’Udc (dietro l’onnipresente Casini) ed eletti certi in Pdl (probabilmente due) e Mpa, ma non nel Pd.
La possibilità di interventi sulle liste non viene negata al loft, ma a condizioni ben precise: «Ci deve essere qualcuno che rinuncia». Già, ma i candidati “doppi” come Marino, che può contare sull’elezione in Lazio, sono terminati e anche il ritiro di Veltroni dalla lista in Sicilia 2 non porterebbe ad alcun risultato, perché comunque lascerà il posto a chi lo segue, optando per Lazio 1. Se qualcuno non farà un passo indietro, la situazione rimarrà immutata. E sembra un finale scontato. Ad aggravare il quadro, l’8 giugno si tornerà a votare per otto province e molti comuni dell’isola. Elezioni da affrontare con pochissimi parlamentari locali e quel che ne consegue in termini di autorevolezza e, soprattutto, fondi da investire.
Rudy Francesco Calvo
(tratto dal quotidiano Europa in edicola oggi)
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