Dalla riforma degli ATO a Siciliacque: il caso Iblea Acque e la resa della politica
di Redazione
La verità che nessuno vuole dire è che in Sicilia l’acqua pubblica è stata troppo spesso soltanto una bandiera dietro cui la politica ha nascosto anni di inefficienze, nomine fragili e gestione senza autorevolezza.
Il caso di Iblea Acque, oggi, è la fotografia più chiara di questo fallimento. Una società interamente pubblica, nata per difendere il controllo dei territori sul servizio idrico, precipitata nel giro di pochi mesi dentro una crisi che ha il sapore del collasso: riscossioni ferme, morosità esplose, esposizione debitoria crescente, liquidità in affanno. Sette mesi di gestione affidata a un ex funzionario regionale, già a capo dell’auto idrico di Enna, sono bastati per mostrare tutta la fragilità di una struttura priva di una governance forte e incapace di reggere il peso di un servizio essenziale.
E mentre a Ragusa il modello pubblico mostra crepe sempre più profonde, a Palermo la politica prepara la sua uscita di scena.
La riforma degli ATO idrici, al vaglio del Parlamento regionale, sembra infatti avere un obiettivo ormai chiarissimo: alleggerire definitivamente la politica siciliana dal peso della gestione dell’acqua e aprire la strada ai grandi operatori privati. Sullo sfondo c’è Siciliacque, vero cuore strategico del sistema idrico dell’isola, e l’interesse crescente di colossi come Italgas, pronta a consolidare in Sicilia un dominio senza precedenti su acqua e gas.
Un appalto miliardario. Una concentrazione enorme di infrastrutture e potere.
Per anni la politica ha raccontato l’acqua pubblica come una conquista ideologica. Poi, però, ha trasformato molte società idriche in luoghi di mediazione, compromesso e debolezza amministrativa. Oggi, davanti ai conti che saltano e alle aziende che vacillano, sceglie di fare ciò che non ha mai avuto il coraggio di ammettere apertamente: arrendersi.
Iblea Acque, come abbiamo già raccontato, docet.
E allora il punto non è più se l’acqua resterà pubblica o finirà ai privati. Il punto è che la Sicilia, dopo avere fallito la gestione politica del servizio idrico, si prepara a consegnare una delle sue infrastrutture più strategiche ai grandi gruppi industriali non per visione, ma per incapacità.
E i cittadini farebbero bene a comprenderlo subito: il privato non arriva per beneficenza. Arriva per fare utili. E l’acqua privata, inevitabilmente, si paga. Si paga nelle bollette, si paga nelle tariffe, si paga nel trasferimento silenzioso di un bene essenziale dal controllo pubblico agli interessi industriali.
Per anni la politica ha trasformato l’acqua in consenso. Adesso rischia di trasformarla definitivamente in business.
Per la Cassa Depositi e prestiti, ovviamente.
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