di Redazione
La sig.ra Francesca Fidone ved. Delibera di Scicli ha pubblicato un’ autobiografia riguardante soprattutto gli anni vissuti da lei nelle colonie, durante la seconda guerra mondiale. La sig. ra Fidone regala gli opuscoletti a chiunque desidera conoscere la sua esperienza.
Ecco la prefazione del libro.
“Mi è stato chiesto, quasi per caso, di rileggere questa storia per correggerne eventuali errori. L’autrice del libro, infatti, è la nonna del mio ragazzo. Fui entusiasta all’idea, anche perché, conoscendo personalmente Francesca Fidone, sapevo che aveva tanto da raccontare.
Leggendo quanto scritto, pensai subito che doveva essere ampliato, che ancora c’era tanto da dire, ma, dopo averne parlato con lei, mi resi subito conto che la sua sintesi era voluta e che si era solo limitata a descrivere gli eventi che ancora oggi le fanno riempire gli occhi di lacrime, senza dilungarsi in descrizioni, secondo lei, inutili e noiose, per il lettore. Così decisi di non apportare sostanziali cambiamenti nemmeno al suo modo di scrivere e narrare gli eventi.
Certamente il lettore deve sorbirsi una serie smisurata di nomi, di personaggi, di sicuro reali, ma dei quali non ha mai sentito parlare, e che pertanto non gli dicono nulla. Guai a cercare di individuarli, guai a chiedersi chi siano stati. Si tratta di vedere una folla di sconosciuti dei quali tutto ciò che si intravede è la relazione che hanno avuto con la protagonista. È come fare finta di riconoscere una figura che ci dovrebbe essere nota ma che non ricordiamo; ma, finito di leggere quanto scritto, ci rimane addosso la sensazione di avere conosciuto l’immenso. Sì, perché dai libri di storia conosciamo i fatti, ma non ci immaginiamo nemmeno come i ragazzi di quei tempi abbiano vissuto la loro storia personale. L’epoca di Mussolini, infatti, molto spesso, ci appare tanto lontana, mentre, in realtà, non lo è.
La storia di Francesca Fidone è la storia di una ragazza costretta a girovagare, lontana dalla sua famiglia, durante il periodo della guerra. Una storia scritta nella sua essenzialità, nuda e cruda, con pochi sentimenti che la pervadono e sensazioni difficili da spiegare. È come se il lettore avesse davanti a sé una casa che può visitare solo dall’esterno senza avere la possibilità di accedervi, potendo intravederne qualcosa solo da qualche finestra rimasta aperta per caso. È questo qualcosa infatti che fa sorgere l’idea di quello che potrebbe esservi dentro.
È solo attraverso pochi dettagli che il lettore scorge la storia, quel “motivo inconscio” che l’ha spinta a raccontare di sé, “vita fatta di dolori e piaceri, ricordi magari fuori moda, ma talvolta di una bellezza mista a paura ancora viva”.
“Papà sposò Teresa Portelli…” scrive e non “mio padre conobbe la mamma e la sposò” dice infatti. È come se nominasse qualcuno estraneo a lei, cosa abbastanza comprensibile se consideriamo il fatto che Francesca Fidone non ebbe il tempo di conoscere la sua mamma. Un dolore o meglio un rimpianto, forse per non averla mai conosciuta, si nasconde sotto questo modo di presentarcela. “La mamma iniziò a stare male” dice successivamente, e subito la mente vola alla terribile figura di una bambina cresciuta senza madre proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno, un bisogno che evidentemente “mamma Margherita” non era riuscita a colmare. E così va avanti una storia intrisa di personaggi ai quali la protagonista è legata, ma dei quali niente si sa; la conoscenza della loro forza si ha attraverso una cieca capacità di esprimere l’inespresso che in loro si trova.
Lascio quindi al lettore il piacere di scoprire e trovare i mille sentimenti repressi in queste brevi pagine”.
Maria Angela Scolaro
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