I retroscena, clamorosi, del sequestro di persona a Vittoria
di Gabriele Giannone
Vittoria – Una richiesta di riscatto da un milione di euro — sarebbe questo il presunto movente del sequestro-lampo avvenuto a Vittoria il 25 settembre scorso e che scaturisce dalle 38 pagine dell’ordinanza del Tribunale di Catania. Secondo il Gip della Procura di Catania, l’obiettivo era estorcere denaro al padre del ragazzo rapito, un imprenditore facoltoso nella zona per la sua attività agricola.
Un ruolo chiave — e traditore — sarebbe stato svolto da uno degli amici della vittima (una delle altre due persone iscritte nel fascicolo), che secondo il gip avrebbe agito, in tempo reale, come “basista”, fornendo ai sequestratori la posizione esatta del giovane al momento del rapimento. Questo avrebbe permesso al commando di agire “con precisione chirurgica”, assicurandosi di sorprendere la vittima insieme ad altri amici, nella piazzetta dove stava chiacchierando.
Tre vittoriesi — Giuseppe Cannizzo, Stefano La Rocca e Gianfranco Stracquadaini —attualmente in carcere, hanno fatto scena muta davanti al Gip Luigi Barone. Risultano indagati per sequestro di persona a scopo di estorsione; altri due amici della vittima risultano anch’essi iscritti nel fascicolo, pur senza misure cautelari. Le indagini sono coordinate dal Procuratore della Repubblica di Catania Sebastiano Ardita.
Secondo l’ordinanza, gli investigatori avrebbero raccolto elementi “con un grado di approssimazione prossimo alla certezza” sulla dinamica del rapimento e sugli scopi della sua esecuzione.
Dalle indagini emerge anche che, dopo il rilascio, si sono svolte intercettazioni tra la vittima e il padre. Secondo quanto riportato dalla Procura, queste conversazioni hanno rivelato il timore e lo stato di shock del giovane, che avrebbe riportato le modalità della prigionia e della liberazione, contribuendo a ricostruire – pezzo per pezzo – la dinamica dell’accaduto.
Nonostante la richiesta, mai concretizzata, di riscatto da un milione, la liberazione del ragazzo — dopo meno di 24 ore — resta avvolta nel mistero. L’ipotesi, secondo gli inquirenti, è che la perdita del telefono cellulare della vittima abbia impedito qualsiasi contatto con la famiglia, rendendo impossibile formalizzare la richiesta di denaro. Ma il gip definisce questa spiegazione come “quanto mai inverosimile”.
Così, resta aperto il nodo sul perché i sequestratori abbiano deciso di liberarlo tanto rapidamente — e senza riscuotere il presunto riscatto. Rimangono molte domande sul movente reale: pare, secondo l’accusa, che oltre al denaro, il rapimento poteva servire anche come “atto dimostrativo” per rafforzare la posizione criminale di Stracquadaini nel territorio.
L’inchiesta è dunque tutt’altro che chiusa: l’individuazione degli altri due indagati — tra cui l’amico-basista della vittima — potrebbe fare luce sul reale disegno criminale dietro un sequestro che, per molti versi, resta incomprensibile.
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