Giudiziaria
|
05/12/2025 23:10

Sequestro lampo del minorenne di Vittoria. Più del milione di euro potè un caffè al bar. Il boss latitante tradito dalla colazione

La voglia di andare al bar e fare colazione ha prevalso sul milione di euro preteso

di Gabriele Giannone

Meteo: Vittoria 13°C Meteo per Ragusa

Vittoria – Sono le 4.18 del mattino del 26 settembre quando le telecamere di un bar di Marina di Acate riprendono Gianfranco Stracquadaini —  il boss al momento latitante — e il suo sodale Stefano La Rocca entrare con disinvoltura nell’esercizio commerciale.
In quel momento, il 17enne vittoriese Gaetano Nicosia è stato sequestrato da poche ore, è ancora segregato nel covo, incappucciato e controllato a vista dal terzo componente del kommando, Giuseppe Cannizzo. Il sequestro è stato progettato dai tre malviventi poi arrestati per scucire all’imprenditore vittoriese padre del ragazzo un milione di euro, un sequestro di persona condotto con una leggerezza sorprendente.
È uno dei dettagli più sconcertanti che emergono dalle 38 pagine dell’ordinanza del gip di Catania, nelle quali sono ricostruiti minuto per minuto gli spostamenti del kommando che il 25 settembre sequestrò Gaetano Nicosia, giovane vittoriese portato con la forza in un casolare nelle campagne tra Acate e Ragusa.
La scena è paradossale: invece di mantenere un profilo invisibile, i due si concedono una “normale” colazione, come se il sequestro non fosse affar loro. La sosta dura 11 minuti, poi i due risalgono sulla Fiat Panda, già usata per l’operazione di sequestro di persona, e si dirigono verso un parcheggio isolato.
Qui avviene un altro gesto decisivo: si cambiano gli indumenti, tolgono le t-shirt indossate durante il rapimento, eliminano i cappellini usati per coprire il volto, e così facendo si mostrano a viso scoperto alle telecamere che li riprendono mentre tornano verso l’auto. Un errore che contribuirà in modo determinante alla loro identificazione.
Quando gli investigatori, seguendo la traccia dei movimenti dei sospetti, arrivano al casolare usato come prigione, trovano una scena perfettamente coerente con il racconto della vittima. Gaetano Nicosia riconosce il luogo della sua detenzione indicando il sedile in pietra sul quale era stato fatto sedere, la stanza dove veniva portato per urinare, la zona dove aveva steso i cartoni per potersi coricare. Nel casolare vengono rinvenute cicche di sigarette, fazzolettini, ritagli di cartone, oltre a tracce biologiche ora al vaglio della polizia scientifica: tutti elementi compatibili con la presenza temporanea dei sequestratori e del loro ostaggio.
“Mi hanno venduto”. Sono le parole intercettate del giovane Gaetano Nicosia. Dopo il rilascio, avvenuto poche ore dopo il rapimento, Nicosia parla con un interlocutore e, intercettato dagli investigatori, confida un sospetto pesantissimo:
“Uno sono stato venduto di quelli che erano con me… e non c’è bisogno che ti dico il nome… tu già da là ti devi analizzare… chi c’era nel mezzo, chi gli ha potuto dare questo incarico”.
La vittima è convinta che qualcuno del gruppo di amici presenti quella sera abbia fatto da basista, indicando ai rapitori il luogo esatto in cui si trovava. Questa intuizione troverà conferme nelle successive intercettazioni.
E sempre secondo quanto ricostruito dalla Procura etnea, uno degli amici di Nicosia — oggi indagato — avrebbe fornito indicazioni in tempo reale ai rapitori.
Le conversazioni intercettate mostrano un giovane schiacciato dal rimorso, spaventato all’idea di essere scoperto come complice e tormentato dalla consapevolezza di aver tradito un amico che gli aveva dato fiducia.
Sarebbe stata proprio una telefonata, avvenuta poco prima del sequestro, a far intuire a Nicosia il tradimento: l’amico, parlando con un interlocutore, avrebbe fornito direzioni stradali estremamente precise, tradendo ingenuamente il proprio ruolo di basista.