La madre di Sara Fabris è morta diciassette giorni dopo il matrimonio
di Redazione
Treviso – «Domenica ci sposiamo. Qui. Perché ci sei anche tu, mamma» Il sogno più grande di Sara Fabris – e anche di sua madre Federica – era uno solo: vederla sposarsi. Una cerimonia vera, l’abito bianco, il padre Sergio accanto, e soprattutto lei, la mamma, presente. Quel sogno si è realizzato. Non come l’avevano immaginato, ma immerso in un amore così potente da travolgere ogni cosa.
«Le ho detto che mi sarei sposata due giorni prima», racconta Sara. «L’abito bianco l’ho comprato di corsa in un market cinese. Dovevo farlo subito. Prima che lei mi lasciasse. Era il nostro sogno». Quando parla di sua madre, Sara usa una parola sola: uragano. Federica era così: impossibile non notarla, “rumorosa” nel modo più bello del termine, capace di riempire le stanze e di mettere sempre se stessa all’ultimo posto. «Per le persone che amava dava tutto». Viveva a Marghera, quattro vie più in là rispetto alla figlia. Una quotidianità fatta di vicinanza, di abitudini semplici, di presenze continue. Poi, all’improvviso, tutto viene spazzato via. È giugno 2024 quando arriva la diagnosi: tumore ovarico. «È stato come uno tsunami», dice Sara, 27 anni. «All’inizio non capivamo nulla. Correvo contro il tempo, tra liste d’attesa infinite ed esami pagati privatamente». Federica, che fino a poco prima lavorava a Murano, uscendo di casa all’alba e rientrando la sera, si ritrova improvvisamente ferma. Spaventata, sì. Ma mai arresa. «Era lei a consolare noi».
Dopo la chemioterapia e un intervento a Padova sembra esserci una tregua. A febbraio torna persino al lavoro. La famiglia ricomincia a progettare: una vacanza insieme, a Zanzibar, prevista per agosto. «Non volevamo più rimandare nulla». Ma a fine aprile la malattia torna. Questa volta non c’è più nulla da fare. Le cure vengono sospese, i ricoveri si susseguono. A fine luglio la madre entra alla Casa dei Gelsi dell’Advar di Treviso, un hospice immerso nel verde. «Volevamo un luogo dove mamma potesse vedere un giardino, respirare, essere serena», racconta Sara. Ed è proprio lì, tra gli alberi e il silenzio gentile, che nasce l’idea del matrimonio. «Quando ho visto che stava meglio, che poteva uscire all’aperto, che era tranquilla, ho capito che quello era il momento, prima che se ne andasse per sempre».
Per mesi Sara aveva messo in pausa ogni progetto. «Quando avevano sospeso le cure avevo detto a Jacopo, mio marito: non farmi più la proposta di matrimonio». Poi, all’improvviso, la decisione: “Sposiamoci subito”. In cinque giorni organizza tutto. Compra il vestito da sola, di corsa, tra il lavoro e le visite in hospice. I genitori lo scoprono solo due giorni prima.
L’annuncio arriva in giardino, sotto un gazebo. «C’era una rosa rossa che non avevo mai visto. Ho detto a mamma di guardarla, poi ho chiesto a papà se domenica poteva tenersi libero dal lavoro. E lì ho detto: domenica ci sposiamo. Qui. Perché ci sei anche tu, mamma». Le lacrime, l’abbraccio. E le parole di Federica: «Che regalo che mi hai fatto». Il 31 agosto Sara e Jacopo si sposano nello splendido giardino della Casa dei Gelsi, circondati da pochissimi intimi. Sara si prepara nella stanza con la madre, si trucca accanto a lei, condivide ogni gesto. Federica indossa un vestito blu e un foulard rosa scelto insieme. «È stata una giornata piena d’amore. Un amore che non aveva paura di nulla».
Federica muore il 17 settembre, diciassette giorni dopo il matrimonio. «Se n’è andata dopo avermi visto felice», dice Sara.
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