Cultura
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07/01/2011 02:08

Sicilia, l’industrializzazione a metà

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Parla Uccio Barone

di Orazio Vecchio

Uccio Barone
Uccio Barone

Catania – Un’industrializzazione discontinua, raramente «illuminata». Che non è riuscita complessivamente, con le altre misure di modernizzazione, a colmare il divario dal resto d’Italia. Anche a causa di scelte «strategicamente errate». Così, ex post, le giudica lo storico Uccio Barone, preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania, autore di numerosi e apprezzati saggi sulla materia, con il quale ripercorriamo le tappe e affrontiamo le questioni dell’industrializzazione dell’Isola.
Professore Barone, che economia è quella della Sicilia del 1860?
«Un’economia sostanzialmente agricola. Insediamenti di carattere artigianale o manifatturiero legati alle attività armatoriali esistono nelle grandi città portuali di Catania, Messina e Palermo, qui in particolare per la presenza dei Florio. L’unico vero settore industriale si trova nella Sicilia centrale: è quello zolfifero. Realtà peraltro in espansione perché lo zolfo è la materia prima dell’industria chimica europea: serve a produrre l’acido solforico fabbricato nelle industrie francesi, inglesi e americane, lavorato per impieghi nel settore dei fertilizzanti agricoli, nell’industria farmaceutica e come anti-crittogamico. Al momento dell’Unità sono circa 25mila gli addetti nel settore zolfifero, oltre la metà della manodopera impeigata nell’industria, che è attorno al 14-15%. Tuttavia, questo polo industriale ha difficoltà a collegarsi con Catania, Palermo e Gela perché la Sicilia ha solo poche centinaia di chilometri rotabili e nessun chilometro di ferrovie. È questo gap che spiega peraltro il grande consenso per la soluzione unitaria: nel corso dell’Ottocento matura un’opposizione anti-borbonica di tipo borghese e popolare, che accusa Ferdinando II di avere ridotto la Sicilia a colonia di sfruttamento di Napoli non dotandola delle infrastrutture necessarie e mettendo un protezionismo doganale che impedisce alle industrie siciliane di svilupparsi».
Dopo l’Unità cosa succede? La promessa di infrastrutturazione che seguito trova?
«Dopo la rivolta di Palermo del 1866, la Destra storica cambia passo e avvia l’operazione di infrastrutturazione. Si costruiscono le ferrovie e i bacini dello zolfo vengono collegati con Palermo e Catania, che diventa una città industriale. Tuttavia, alla fine degli anni Ottanta la crisi economica internazionale porterà Crispi ad attuare un protezionismo doganale che favorirà le industrie settentrionali e danneggerà le nostre esportazioni agricole. Un solo prodotto agricolo viene protetto: il grano. Così facendo, però, si tutela anche il latifondo, la parte più arretrata dell’agricoltura, mentre i settori nuovi vocati all’esportazione sono quelli agrumicoli e vitivinicoli».
Nei decenni successivi, cosa si salva?
«Alcuni processi di dinamismo vanno ricordati. Nel periodo giolittiano, dal 1901 al 1913-14, lo Stato promuove un primo esempio di intervento straordinario per le regioni meridionali, destinando investimenti ad hoc per infrastrutture: in Sicilia linee ferroviarie e lavori di protezione ambientale e idrogeologica. Nasce una nuova industria chimica nel settore dei derivati agrumari e i Florio vivono l’epoca di massima espansione. Dopodiché sarà il declino».
Intanto esplode anche l’emigrazione…
«Dal 1890 al 1925, quando le valvole dell’emigrazione saranno chiuse a livello internazionale, oltre un milione e mezzo di siciliani, su una popolazione di quattro milioni e mezzo, lasciano l’isola. Rientra poco meno della metà. Le rimesse dal’estero, finite nelle casse postali e nelle banche, danno un contributo fondamentale allo sviluppo industriale del Nord. Si tratta di cifre enormi: è stato calcolato che siano arrivati nel sistema finanziario qualcosa come oltre 100 miliardi di euro di oggi. Valuta pregiata che ha consentito di importare materie prime a favore delle industrie del Nord».
Il fascismo proclamerà la questione meridionale risolta, ma in realtà non è così. E con la Repubblica?
«Nel quadro della ripresa democratica, la Sicilia e il Mezzogiorno diventano protagonisti dell’azione dello Stato. Nel 1950 due misure destinate a cambiare il rapporto tra Stato e Mezzogiorno sono la riforma agraria, che assesta un colpo mortale al latifondo e alla rendita fondiaria, e la Cassa del Mezzogiorno, che ha uno straordinario impatto, nei primi venti anni, quando persegue l’obiettivo strategico di dotare la Sicilia di infrastrutture. E parte una grande politica di risanamento aziendale: viene bonificata la Piana di Catania, nasce un sistema di dighe idroelettriche, si realizzano interventi contro il dissesto idrogeologico, acquedotti, fognature ed elettrificazione dei paesi. Viene finalmente colmato il gap di civiltà».
Quando la grande industrializzazione della Sicilia?
«In quegli anni comincia ad opera in parte della Cassa, in parte delle partecipazioni statali ovvero l’Iri, una politica diretta di industrializzazione del Mezzogiorno. Operazione che entra nel vivo negli anni Sessanta e aggrega attorno a sé anche la grande industria privata. L’idea è quella di costruire i poli industriali che avrebbero avuto poi elementi di diffusione. La Sicilia, sulla base dei contributi finanziari della Casmez e dell’Iri, vede nascere l’industria petrolchimica nei poli di Melilli-Priolo, Gela, Milazzo, cui sarebbe da aggiungere l’intervento della Fiat a Termini Imerese».
Come valuta oggi, da studioso, quelle scelte?
«È una valutazione critica. Primo, perché questo grande insediamento petrolchimico è nato pochi anni prima della crisi dell’industria petrolchimica. In secondo luogo, l’industria petrolchimica in termini economici può definirsi ad alta intensità di capitale, nel senso che il rapporto tra capitale investito e unità di occupazione è altissima: per avere un occupato, cioè, è necessario un investimento alto. Se quei fondi fossero stati investiti per lo sviluppo delle piccole e medie imprese avremmo avuto un effetto sull’occupazione fortissimo. Invece un polo di questo genere, sebbene possa sussistere in un’area arretrata, non ha effetti moltiplicativi. Senza dire dei disastri ambientali e delle conseguenze sulla salute della popolazione. C’è da aggiungere che quella di instaurare in Sicilia l’industria petrolchimica non fu una scelta per la Sicilia ma nella Sicilia: era piuttosto un’esigenza del capitalismo industriale settentrionale».
E in questo contesto la Regione Siciliana come ha utilizzato la sua autonomia?
«Grazie allo Statuto speciale, la Sicilia ha fatto la sua politica economica, ma con risultati modestissimi. Perché negli anni Sessanta-Ottanta, i governi regionali avrebbero dovuto attuare una linea di autonomia e dunque riequilibrare la politica dello Stato centrale, potenziando gli altri settori. E invece Palermo ha copiato Roma. L’Irfis, l’Ems, tutti gli entri di sviluppo industriale, si sono messi a servizio dell’Iri, dei grandi gruppi privati, portando gran parte dei finanziamenti alla logica dei poli industriali».