Dopo il sequestro della nave Achille Lauro, sfiorato lo scontro tra Italia e Usa, i carabinieri fronteggiarono i marines
di Redazione
Lentini, Siracusa – Un mondo all’incontrario. Il presidente del Consiglio che per tenere fede alla parola data ai palestinesi sfida gli Stati Uniti, fino a minacciare di usare le armi. È accaduto poco più di quarant’anni fa, nell’ottobre 1985. Una vicenda complessa che pochi conoscono a fondo ma che viene spesso evocata citando il suo momento più drammatico: la notte di Sigonella, in cui carabinieri e avieri della base siciliana hanno affrontato la Delta Force americana con il dito sul grilletto.
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La nave sequestrata
Ripercorrerla è come guardare allo specchio l’Italia di allora. Furono giorni drammatici, iniziati il 7 ottobre 1985 con il sequestro della nave da crociera Achille Lauro. Una storia su due livelli: da una parte l’assalto di un commando palestinese che prende in ostaggio 440 persone, tra cui molti vacanzieri statunitensi e britannici; dall’altro la partita ad alta tensione tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca.
I terroristi saliti a bordo in Egitto con passaporti falsi non volevano impadronirsi della nave: il loro piano prevedeva di sfruttare la tappa nel porto israeliano di Ashdod – quello dove sono reclusi attualmente i militanti della Flottilla Samud – per compiere un attentato. A colpire sono stati in quattro – con un quinto uomo rimasto in incognito tra i crocieristi – con kalashnikov, bombe a mano ed esplosivo. Appartenevano al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina diretto da Abu Abbas, una frangia antagonista dell’Olp di Yasser Arafat particolarmente legata a Siria ed Iraq. Un marinaio li scopre mentre spostano l’arsenale. Loro lo feriscono e si impossessano dell’Achille Lauro: è il 7 ottobre 1985.
Due dei guerriglieri sono molto violenti: uno somiglia a Sylvester Stallone e gira con una canottiera identica a quella di Rambo. Il terzo è un laureato, più calmo; il quarto ha solo diciassette anni e fa il giocoliere per tranquillizzare i bambini terrorizzati. Alcuni ostaggi svengono per la paura, altri hanno crisi di panico.
Il premier è Bettino Craxi, che ordina di preparare un raid, spedendo gli incursori del Col Moschin a Cipro. I dirottatori chiedono la liberazione di cinquanta palestinesi detenuti in Israele. Minacciano di far saltare in aria la nave – hanno allineato file di taniche di gasolio con detonatori -; poi di uccidere un ostaggio ogni ora, cominciando dagli americani di origine ebraica. Fanno rotta sul porto siriano di Tartus, ma il ministro degli Esteri Giulio Andreotti convince il dittatore Assad a non lasciarli attraccare.
L’Achille Lauro viene circondata da cacciatorpediniere e fregate; elicotteri la sorvolano senza sosta. I terroristi sono tesi: schierano sul ponte i cittadini statunitensi e britannici, intimando ai battelli militari di andare via. Poi si accaniscono contro Leon Klinghoffer, un imprenditore ebreo americano di 69 anni su una sedie a rotelle: secondo Antonio Badini, consigliere diplomatico di Craxi, più volte aveva inveito contro di loro e spronato gli altri ostaggi alla rivolta. Una delle crocieriste descrive l’orrore di quei minuti: “Obbligano Ferruccio, il parrucchiere della nave, a spingere la sedia di Klinghoffer fino al ponte; si sentono due colpi di pistola e vedo il sangue che cola sulla vetrata della sala trasformata in prigione”. Il capitano dell’Achille Lauro si mette davanti al capo dei terroristi e gli dice: “Adesso basta. Se volete ammazzare ancora, prendete me”.
La liberazione degli ostaggi
I dirottatori domandano l’autorizzazione a recarsi in Libia ma Gheddafi non li accoglie. Allora accettano la mediazione offerta da Arafat e dal presidente egiziano Mubarak tramite Abu Abbas: se liberano gli ostaggi, saranno consegnati all’Olp che li processerà nel quartiere generale di Tunisi. Il governo italiano si fa garante della loro incolumità. I quattro accettano e dopo 52 ore si consegnano agli 007 del Cairo: l’incubo degli ostaggi è finito.
Nessuno a Roma sa dell’omicidio: i sequestratori con le pistole spianate vietano al capitano dell’Achille Laura di parlarne. Il commando però contatta via radio Abu Abbas e lo informa dell’uccisione: lo chiamano “caid” che in arabo vuol dire “il capo”. Quel colloquio viene intercettato dagli israeliani che avvertono la Casa Bianca. Craxi invece ignora quello che è accaduto. Organizza una conferenza stampa per annunciare la liberazione della nave. Dieci minuti prima, chiama di nuovo il capitano, per essere certo che non ci siano state violenze, e solo in quel momento viene a sapere di Klinghoffer.
“Il dramma è in quella telefonata – ricorda Giuliano Amato, all’epoca sottosegretario della presidenza del Consiglio – Ho visto Craxi rabbuiarsi: stava per comunicare il suo successo; apprende che c’è un cadavere tra lui e il successo, un omicidio che può cancellare tutto il risultato”.
Il volo a Sigonella
Per l’Italia l’incubo è finito: passeggeri ed equipaggio sono liberi. Per la Casa Bianca no. La notte del 10 ottobre, dopo il tramonto, i quattro terroristi e Abu Abbas salgono su un velivolo dell’EgyptAir, con una scorta di agenti dei servizi segreti egiziani. Decollano verso Tunisi, dove c’è il quartier generale dell’Olp, ma i caccia Tomcat della portaerei Saratoga affiancano il Boeing e lo obbligano a dirigere su Sigonella.
Ronald Reagan va in televisione e annuncia che gli assassini sono stati presi: “I terroristi devono sapere che non potranno mai sfuggirci”. L’aeroporto catanese però è diviso in due: da una parte la base italiana, dall’altra quella dell’Us Navy. Il comandante di entrambe è un ufficiale italiano – in quell’epoca Ercolano Annicchiarico – che ricostruisce come Craxi gli disse di impedire agli americani di portare via i palestinesi. Ostacola con i mezzi dei pompieri l’accesso alla zona dell’Us Navy e fa atterrare l’aereo dell’EgyptAir alle 00.15 del 11 ottobre nella zona della nostra aeronautica: lì subito una decina di carabinieri e trenta di avieri di leva della Vam lo circondano. In pochi minuti arrivano due jet Usa da cui scende la Delta Force, le teste di cuoio più celebri, che fronteggiano i militari italiani. Restano faccia a faccia per oltre trenta minuti. Altri carabinieri giunti da Catania si schierano alle spalle dei commandos.
Le tensioni Italia-Usa
Reagan chiama direttamente Craxi. Secondo il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, la conversazione viene manipolata da Michael Leeden, un collaboratore del presidente Usa che fa da interprete e distorce la traduzione per inasprire i toni. Ma il premier non cede: ribadisce che spetta all’Italia processare i terroristi. E specifica a Reagan: “Io non ho i suoi poteri. Posso solo aspettare le conclusioni della magistratura”.
La Delta Force si allontana dal velivolo egiziano, restando però a breve distanza. I quattro palestinesi vengono presi in consegna dai carabinieri ma sul velivolo egiziano fermo a Sigonella resta Abbas. Per le nostre autorità è il mediatore della crisi, a cui è stata promessa l’immunità. E contro di lui in quel momento c’è solo l’intercettazione israeliana, senza valore processuale. Per questo viene lasciato andare. Il Boeing dell’EgyptAir decolla per Roma Ciampino. I caccia americani lo seguono ma una squadriglia di F-104 italiani li tiene a distanza con una serie di manovre molto determinate. Nel piccolo scalo romano arriva pure un jet da spionaggio elettronico americano: “E’ atterrato e si è fermato accanto alla sala dei voli di Stato dove ci trovavamo – dice Amato -. Ci siamo seduti sul pavimento e abbiamo cominciato a parlare bisbigliando per impedirgli di ascoltarci con i loro strumenti”.
Washington chiede formalmente l’estradizione, ma i pm italiani non hanno elementi per accusare Abbas: resta libero di andarsene. Già, ma come sfuggire agli stormi del Pentagono? Si crea una diversivo, spargendo la voce che il leader del FPLP stava recandosi in auto a Roma. Poi il Boeing egiziano vola a Fiumicino, un aeroporto internazionale affollato dove gli intercettori dell’Us Navy non possono infilarsi. Scende accanto a un aereo jugoslavo diretto a Belgrado, su cui entra Abbas per scomparire nel nulla. Nel processo in contumacia tenuto a Genova – porto di partenza dell’Achille Lauro – verrà condannato all’ergastolo, mentre i dirottatori e il “quinto uomo” mai arrestato ricevono pene inferiori. Abbas è stato poi catturato dagli americani nel 2003 a Baghdad: è morto in un penitenziario negli States, come Reagan aveva promesso la notte del 10 ottobre 1985.
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